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Rimedi contro la disfunzione erettile: che ne pensa la Chiesa?

Couple lying in a bed

© mast3r/SHUTTERSTOCK

Emanuele D'Onofrio - Aleteia - pubblicato il 16/04/14

Un nuovo farmaco, già in farmacia, ci invita a fare il punto su quale sia il rapporto tra sessualità, chimica ed etica cattolica

È in commercio da un mese, e garantisce un effetto veloce ma duraturo. L’ultimo ritrovato contro la disfunzione erettile agisce in 15 minuti, dimezzando il tempo impiegato dai farmaci precedenti, ed ha un’efficacia che raggiunge le 6 ore. La pillola, la prima prodotta da un’azienda italiana, la Menarini, contiene il principio attivo Avanafil, il più largamente tollerato ed efficace per tutte le categorie di pazienti. Sono otto su dieci, secondo uno studio pubblicato sulla rivista International Journal of Clinical Practice, i pazienti, anche interessati da un grado severo di disfunzione erettile, a reagire bene al farmaco.

Questo genere di rimedi farmacologici, utilizzati dalla gran parte dei tre milioni di italiani interessati da questa problematica, ha sicuramente un impatto sulla visione della sessualità dal punto di vista dell’etica cattolica. Ne abbiamo parlato con padre Maurizio P. Faggioni, ordinario di bioetica presso l’Accademia Alfonsiana di Roma, e consultore dal 1999 della Congregazione per la Dottrina della Fede.

In generale, qual è il punto di vista della morale cattolica sui farmaci di supporto alle funzioni sessuali?

Faggioni: Partiamo dall’idea che ciò che riporta l’organismo ad un’ideale normalità, che ripristina la funzione naturale, è da ritenersi buono in generale. E la funzione sessuale è una funzione naturale. Se una donna ha una disfunzione mestruale, le diamo un farmaco che la regolarizza; oppure se c’è un problema di carenza di ormone tiroideo, le si somministra l’ormone sostitutivo; così, se c’è una disfunzione erettile la correggiamo, perché fa parte della vita normale delle persone, soprattutto in età giovanile e matura, avere una funzione adeguata che possa permettere una vita sessuale soddisfacente. Si tratta non di modificare la struttura naturale della persona, ma di riportare la persona, quando c’è una condizione patologica, ad un’ideale normalità.

Quindi all’interno di un matrimonio è lecito giovarsi di aiuti chimici di questo genere?

Faggione: Beh, certamente. Il problema morale, all’interno del matrimonio, non si pone. Se l’aiuto farmacologico ha il senso di permettere alla coppia di vivere una vita sessuale armoniosa e di procreare, tutto questo rientra in un lecito aiuto alla vita della coppia e della persona, in questo caso, di chi ha problemi di disfunzione erettile. Diverso è il caso se al di fuori di una vita coniugale, di una vita sessuale matrimoniale, si volesse usare un farmaco per poter condurre una vita sessuale libertina. Non è tanto il farmaco a “fare” la moralità, ma il contesto nel quale va a collocarsi. In quello di una vita matrimoniale, il farmaco può aiutare a trovare un’armonia, dato che i problemi nella sfera sessuale possono creare squilibri e ripercussioni negative nell’andamento della vita coniugale. Quindi è un farmaco che, se usato correttamente, può essere un beneficio per l’intesa sessuale di coppia.

Dall’Humanae Vitae in poi, l’etica cattolica ha seguito le evoluzioni della medicina e della farmacologia in tema di sessualità?

Faggioni: L’Humanae Vitae fu emanata nel 1968, in piena rivoluzione sessuale: anzi, è stata una risposta alla rivoluzione sessuale. Una risposta tra l’altro preveggente, perché la rivoluzione sessuale, cominciata con l’uso della pillola che era arrivata nel 1959, aveva scisso de facto la vita sessuale dalla fecondità. L’Humanae vitae non ripropone un legame di tipo biologico tra fecondità e sessualità, ma un legame di responsabilità, cioè etico. L’Humanae vitae dunque tiene conto del nuovo contesto come possibilità, e l’insegnamento è diretto alla responsabilità, alla progettualità della coppia. È quindi un insegnamento che ribadisce l’eticità della vita coniugale, e non la naturalità in senso naturalistico. Era una risposta nuova ad una sfida nuova posta dalla cultura degli anni Sessanta. Da allora gli sviluppi della medicina sono stati prodigiosi, basti pensare alle tecniche innovative di fecondazione artificiale – la prima bimba in provetta nacque nel 1978 – all’introduzione problematica di pillole a basso dosaggio, di estrogeni, la cosiddetta “pillola del giorno dopo”, allo sviluppo che si è affermato oggi dell’aborto chimico. Si tratta di sfide nuove che hanno richiesto sempre un aggiornamento delle risposte. La bioetica non può non tenere conto di un cammino culturale e scientifico. Risponde alle sfide del tempo.

Tutto questo lo possiamo verificare per esempio nei documenti usciti in questo ambito, in particolare due istruzioni dottrinali: la Donum Vitae del 1987, sulla dignità della procreazione, e il suo aggiornamento, la Dignitas Personae, del 2008, entrambe emanate dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Il progresso scientifico deve sempre essere accompagnato da una riflessione antropologica adeguata. Occorre che il progresso scientifico sia al servizio del bene della persona, e non stravolga i valori umani fondamentali. Si tratta di problemi inediti, per i quali nessuno di noi ha un’esperienza sedimentata. Non possiamo risolvere questi problemi alla luce di antichi teoremi. Ci sono certamente delle verità di fondo sulla persona, ma anche delle novità che ci impongono approfondimenti importanti, perché il progresso scientifico aiuti le persone a raggiungere la loro pienezza umana, la loro verità integrale, senza oscurare i valori umani fondamentali.

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