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La forza dei segni

© HO / PARROQUIA VIRGEN DE CAACUPE / AFP
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Succede ogni anno, quando proponiamo il gesto della lavanda dei piedi al di fuori della solennità della celebrazione: suscita sempre domande…

di Assunta Steccanella

Ci sono nella nostra prassi di fede  dei segni che, quando vengono guardati con occhi liberi dall’abitudine entro la quale li abbiamo ingessati, mostrano tutta la loro potenza, la dirompente novità che li connota, e provocano domande, inquietudine, ricerca, una breccia nelle sicurezze di cui si nutre la non-fede.

Il problema è che spesso li subiamo, automaticamente. Nella sua ‘Preghiera degli occhi’, Pino Pellegrino ci invita ad invocare: "Signore, snebbia i miei occhi, dilata i miei occhi! Fa’ che guardi come un bambino arrampicato su un olmo gigante, con occhi ingordi, con occhi sgranati sullo stupore del tuo creato… insegnami a guardare, non solo a vedere".
E il bello è che il Signore ci ascolta, se lo vogliamo riconoscere: il Signore ci ascolta, anche mettendoci accanto i bambini e guidandoci attraverso di loro.

E’ di nuovo vicina la Pasqua. I piccoli che celebreranno presto la loro Messa di Prima Comunione sono protagonisti del rito della lavanda dei piedi, durante la Messa in Coena Domini. In Quaresima hanno riflettuto su questo brano del Vangelo, e ora li convochiamo in chiesa, per le prove.

Loro sono in fibrillazione, soprattutto Giosué:
– Ma prende l’acqua davvero il parroco?
– Adesso no, ma giovedì sì
– Ma ci lava i piedi sul serio?
– Certo, e non solo li lava, poi li bacia
– Ma fa schifo!!!! Padre Umberto, non ti fa schifo?
I compagni si fanno attentissimi, mentre il parroco trova le parole giuste per spiegare quale mistero di amore si riveli in quel momento.

Io sorrido tra me:  "Ecco, ci risiamo…"  Succede ogni anno, in ogni occasione nella quale proponiamo il gesto della lavanda dei piedi al di fuori della solennità della celebrazione: emerge sempre la sua capacità di suscitare domande, di scuotere.

È un segno potente, veicolo fecondo ed attuale per la trasmissione della fede, uno tra i molti di cui è intessuto il linguaggio cristiano, che ci porge un tesoro prezioso, fatto di gesti e parole intimamente connessi, capace di abbracciare la nostra mente, il nostro cuore, il nostro corpo e di immergerci in una unità sensata, e bella. E’ un linguaggio che parla a tutti, secondo la misura di ciascuno.

Ci penso, grata, mentre in un flash rivedo un altro momento forte, ancora legato ad un segno del Giovedì Santo.
In chiesa, le primissime file sono occupate dai bambini e subito dietro le loro famiglie, al completo. Vicino a me siede un papà con il figlio piccolo, circa tre anni, tra le braccia. Durante la lavanda dei piedi il papà lo solleva perché veda bene, il canto copre la sua piccola voce che continua a fare domande.
Fino a quando la liturgia propone la spoliazione dell’altare.

L’assemblea è in silenzio, raccolta. E in quel silenzio intenso si sente chiara e forte la voce del bimbo, stupito, che chiede – Papà, cosa succede? –

E il padre gli sussurra piano la storia di Cristo che si consegna, della nostra tristezza, e della speranza perché – domenica però Gesù risorge! –

Di generazione in generazione…

Qui l’originale

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