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Combattere la povertà richiede una “cultura dell’incontro”

Courtesy Promo

Catholic News Agency - pubblicato il 14/04/14

“Se non doni la tua vita, non hai raggiunto la grandezza donata da Dio”

Sfidare una cultura moderna che sostiene l’isolamento e l’indifferenza nei confronti della povertà richiede un collegamento personale con gli altri, soprattutto con i poveri, come figli di Dio, ha affermato l’esperto di sviluppo Jonathan Reyes.

Il dottor Reyes, direttore esecutivo del dipartimento per la giustizia, la pace e lo sviluppo umano della Conferenza Episcopale statunitense, ha spiegato l’8 aprile che le dichiarazioni di papa Francesco sulla povertà e la carità rivelano la preoccupazione che “ci sia qualcosa nell’età moderna che isola le persone, è indifferente agli esseri umani e li mette da parte”.

Per combattere questa indifferenza, particolarmente nei confronti dei poveri, “dobbiamo semplicemente trovare il tempo nella nostra vita per la priorità di incontrare i poveri”, e “impegnarci sempre a vedere l’altro nel mondo in cui è stato creato”.

Reyes, già presidente della rete Catholic Charities nell’arcidiocesi di Denver e cofondatore dell’Istituto Agostiniano, ha espresso questi pensieri durante un incontro del programma Theology on Tap a Washington, D.C.

Gli scritti e i discorsi di papa Francesco sulla povertà e la carità si sono concentrati sulla “cultura dell’indifferenza” del mondo moderno e sulla chiamata cristiana a rispondervi creando una cultura dell’“incontro” e di discepolato missionario, ha ricordato Reyes.

Questi mezzi di evangelizzazione, ha aggiunto, “sono parte di una missione per i dimenticati”.

Parlando ai vescovi del Brasile in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù, papa Francesco ha spiegato che se la globalizzazione ha collegato le persone di tutto il mondo tra di loro, ha anche portato a “confusione circa il senso della vita” e a una cultura dell’indifferenza, che isola le persone e le lascia da sole.

Reyes ha confessato di aver verificato personalmente questa indifferenza nelle proprie esperienze di vita. Quando viveva a Caracas (Venezuela), ad esempio, è rimasto scioccato sapendo che le famiglie che vivevano nelle baraccopoli sulle colline che sovrastano la città ottenevano l’elettricità salendo sui pali della luce e attaccando dei fili che vanno dai pali principali alle loro case. Anche se molte persone sono morte facendolo e questa pratica pericolosa è ben nota ai locali, nessuno è intervenuto per aiutare i poveri.

Questo tipo di indifferenza alla piaga della povertà e della solitudine è diffuso in tutto il mondo, anche in Occidente, e “alcuni degli ambienti che isolano di più nel mondo sono le grandi città”.

Reyes ha aggiunto che gli ultimi papi, così come la beata Teresa di Calcutta, hanno tutti commentato che “la povertà più grande è l’isolamento, il sentirsi non amati e non voluti”, e che anziché raggiungere chi è nel bisogno, “culturalmente mettiamo da parte le persone diverse o che hanno problemi”, soprattutto se ci sono i mezzi per farlo.

Papa Francesco ha parlato più volte di questa “cultura che scarta le persone” e minaccia le interazioni come una forma di “transazione”, ha detto Reyes, aggiungendo che il papa ha ora spiegato come “rimediarvi creando una cultura dell’incontro”.

“Quando hai un incontro, impegni qualcuno al livello della sua umanità. Questo tema è essenziale per ciò che vuol dire essere una Chiesa”.

Il pontefice spiega che se si dona ai poveri senza tendere la mano verso di loro o chiedere come si chiamano, allora non c’è stato un incontro. Tutto ciò che si è fatto è un po’ di carità.

Per Reyes, il papa è molto diretto nel parlare della necessità dei cristiani di aver cura dei poveri. “Afferma che non si può dire di non avere abbastanza tempo”, aggiungendo che “nessuno di voi può dire di essere troppo impegnato”. Oltre a questo, ha proseguito Reyes, “la Bibbia è piuttosto chiara: il modo in cui trattate gli ultimi di questi è il modo in cui trattate me”.

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povertà
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