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Come si ama il criminale?

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Intervista a suor Conchi, volontaria nelle carceri

Ci sono carcerati che quando la vedono pensano sia un'infiltrata, altri che desiderano ardentemente ascoltarla parlare di Dio. Questa giovane Domenicana della Presentazione, originaria di Almería (Spagna), ha condiviso con Aleteia le sue ragioni e ha raccontato cosa trova in carcere. Per lei la prigione è il luogo in cui si rendono più evidenti la miseria e la fragilità, ma anche la forza e la capacità di superare gli ostacoli.

Ha trascorso gli ultimi anni della sua vita in carcere, non come interna ma come volontaria. Cosa la spinge a compiere questo apostolato?

Personalmente, realizzare questo apostolato dà senso a ciò che mi chiede Dio. Mi spinge qualcosa di molto semplice: non ho grandi cose da raccontare, solo che l'essere umano passa per molti momenti nella vita, e nessuno è lontano da alcuno di essi.

Mi dedico a quest'opera perché credo che sia molto “abbandonata”, perché i poveri tra i poveri sono quelli che, oltre ad aver avuto una vita difficile e complicata, sono e continuano ad essere rifiutati da una società in cui predomina l'immagine.

Evidentemente, sono consapevole del fatto che non è facile separare l'essere umano dal crimine commesso e che non posso chiudere gli occhi o il cuore per non difendere la giustizia, ma paragono anche le opportunità che ho avuto nella mia vita a quelle di altre persone che non hanno avuto nulla. “Dare” a questo tipo di persone è ciò che può tirarle fuori dalla miseria, o almeno aiutarle.

Mi spinge anche la forza di sapere che esistono persone che possono uscire da questo mondo così chiuso per trovare qualcosa di nuovo, o almeno di diverso. È certo che non sempre si arriva a buon fine nelle cose che ci si prefiggono, ma dobbiamo rischiare per guadagnare qualcosa. Gesù non è venuto per curare i sani, ma i malati… Quindi dobbiamo collaborare, e chi sono io per giudicare?

L'atteggiamento cristiano sarebbe amare tutti, soprattutto i nemici. In carcere questa difficoltà di amare il criminale è più difficile?

Come esseri umani, speriamo sempre di trovare affetto, comprensione, pace, allegria… è il dono più grande che una persona possa avere. La cosa certa è che la vita, la società, le circostanze, ti portano a momenti in cui non è tutto così.

Ovviamente, amare e amare veramente l'altro con amore fraterno è meraviglioso, ma nel mondo in cui viviamo a volte risulta piuttosto complicato. Non parlo solamente di una persona in prigione, perché anche nelle relazioni sociali al di fuori di questo ambiente è difficile.

In prigione c'è un “plus”, ed è rappresentato dal fatto che chi è lì ha provocato un “danno” alla società, parlando in termini generali. È necessario separare, come dicevo prima, quello che è l'essere umano da quello che è il crimine che ha potuto commettere.

Umanamente si possono vedere le preoccupazioni, le sofferenze, il male commesso e anche il pentimento; quando accade questo, si può arrivare a camminare con queste persone.

Con ciò non voglio eludere la parte di responsabilità, che tra l'altro ritengo necessaria per la “guarigione” totale della persona. Credo che sia possibile amare anche stando in prigione, non c'è dubbio. Gesù afferma che il bene che facciamo a uno di questi piccoli lo facciamo a Lui, e ovviamente è questa parte umana che non possiamo abbandonare.

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