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Il valore economico della fraternità

© Public Domain
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Come restituire la centralità dell’economia alla persona umana e alla sua relazionalità, piuttosto che al capitale? La crisi, non solo economica, attuale spinge a porsi alcune domande

di Monica Cardarelli

“Le gravi crisi finanziarie ed economiche contemporanee – che trovano la loro origine nel progressivo allontanamento dell’uomo da Dio e dal prossimo, nella ricerca avida di beni materiali, da un lato, e nel depauperamento delle relazioni interpersonali e comunitarie dall’altro – hanno spinto molti a ricercare la soddisfazione, la felicità e la sicurezza nel consumo e nel guadagno oltre ogni logica di una sana economia.” Afferma papa Francesco nel Messaggio per la Pace. In effetti le crisi economiche degli ultimi anni dimostrano carenze o quanto meno insufficienze nel sistema e stimolano all’analisi di modelli alternativi, anche recuperandoli dal nostro passato se necessario. Il primo dato è la presa di coscienza che la crisi non è solo economica ma fonda le sue radici ben oltre, come precisato dallo stesso pontefice: “Il succedersi delle crisi economiche deve portare agli opportuni ripensamenti dei modelli di sviluppo economico e a un cambiamento negli stili di vita. La crisi odierna, pur con il suo grave retaggio per la vita delle persone, può essere anche un’occasione propizia per recuperare le virtù della prudenza, della temperanza, della giustizia e della fortezza. Esse ci possono aiutare a superare i momenti difficili e a riscoprire i vincoli fraterni che ci legano gli uni agli altri, nella fiducia profonda che l’uomo ha bisogno ed è capace di qualcosa in più rispetto alla massimizzazione del proprio interesse individuale. Soprattutto tali virtù sono necessarie per costruire e mantenere una società a misura della dignità umana.” 

Lo stimolo a riscoprire i valori fraterni anche nell’economia è stato raccolto da alcuni economisti che da anni sostengono l’importanza dell’economia civile. Stefano Zamagni, Luigino Bruni, Leonardo Becchetti o Alberto Frassinetti solo per citarne alcuni, hanno dato vita alla Scuola di Economia Civile a Loppiano (www.scuoladieconomiacivile.it). La scuola propone corsi istituzionali, corsi avanzati e specialistici, laboratori e seminari che, nel primo anno di attività, sono stati incentrati sui temi fondativi dell’Economia civile. Nelle pagine del sito Luigino Bruni spiega il perché della Scuola: “Di una scuola come questa c’è bisogno per chi pensa che la crisi del lavoro in cui siamo precipitati è anche crisi del pensiero manageriale, troppo schiacciato sul “pensiero” unico. Un pensiero unico che ha invaso o sta invadendo anche il mondo dell’economia sociale e cooperativa; per chi crede che il modo di concepire il mercato e di fare cooperazione in Italia e, in un certo senso, in Europa, sia diverso da quello sviluppatosi nel mono anglosassone; per chi crede che insegnare management e organizzazione per chi opera a Prato o in una cooperativa, sia diverso dai corsi pensati per chi opera a Los Angeles o a Nairobi; per chi crede che l’impresa e il mercato siano pezzi di civiltà, e che per affrontarli in modo adeguato sia richiesto non solo il “know how” ma anche il “know why”. 

Interessante anche la scelta del luogo, a Loppiano, in Toscana “la culla dell’Umanesimo Civile italiano e questo luogo, il Polo Lionello, attraverso l’esperienza particolarissima di Economia Civile che è l’Economia di Comunione, può in qualche modo far vivere oltre che imparare in linea teorica i fondamenti di una economia orientata al bene comune, dove il profitto è considerato un mezzo e non un fine, quale l’economia civile è”, come spiega Silvia Vacca, presidente della Scuola. 

Riprendendo il concetto di fraternità intesa come bene di legame, si giunge all’esperienza dell’Economia di Comunità. Fondata da Chiara Lubich nel maggio 1991 a San Paolo, l’Economia di Comunione (EdC), coinvolge imprenditori, lavoratori, dirigenti, consumatori, risparmiatori, cittadini, studiosi, operatori economici, tutti impegnati ai vari livelli a promuovere una prassi ed una cultura economica improntata alla comunione, alla gratuità ed alla reciprocità, proponendo e vivendo uno stile di vita alternativo a quello dominante nel sistema capitalistico (www.edc-online.org). In concreto, l’EdC propone di “vivere e diffondere una nuova cultura economica e civile; formare nuovi imprenditori e imprenditori nuovi che liberamente condividano gli utili per sostenere gli scopi dell’EdC: la riduzione della miseria/esclusione, la diffusione della cultura del dare e della comunione, lo sviluppo dell’azienda e la creazione di posti di lavoro; imprenditori che concepiscano e vivano la loro impresa come vocazione e servizio al bene comune e agli esclusi di ogni latitudine e contesto sociale; combattere le varie forme di indigenza, esclusione e miseria con una duplice inclusione: comunitaria e produttiva.” 

Per poter operare tutto ciò, l’EdC “lavora ad un vasto progetto formativo alla cultura del dare, attraverso scuole, incontri, eventi formativi rivolti a giovani, lavoratori, imprenditori, cittadini.” La cosa interessante è che concretamente, affinché l’EdC possa trovare attuazione, le aziende che aderiscono all’economia di comunione, “definiscono la propria “missione aziendale” adottando la comunione come valore fondamentale della propria organizzazione, ad ogni livello. Perché ciò si attui, le funzioni e i ruoli aziendali sono definiti con chiarezza ed esercitati con spirito di servizio e di responsabilità. Lo stile di direzione è partecipativo. Gli obiettivi aziendali sono condivisi e adeguatamente verificati in modo trasparente, avendo una particolare attenzione per la qualità delle relazioni tra tutti i soggetti coinvolti (stakeholders), con una speciale attenzione alla comunione con gli altri imprenditori EdC, con la commissione regionale e con le associazioni EdC locali e internazionali.” Non solo, quando poi l’azienda ottiene dei profitti, “gli imprenditori e i soci si impegnano a condividerli per destinarli, nel rispetto delle procedure tipiche nelle diverse forme d’impresa e delle situazioni sociali in cui operano”, attribuendo uguale importanza “all’aiuto di persone in situazione di indigenza attraverso varie forme di intervento, tese all’inclusione comunitaria e produttiva; allo sviluppo dell’impresa e cioè il suo consolidamento, il miglioramento della qualità di beni e servizi, e soprattutto nei paesi dove il lavoro manca, la creazione di nuovi dei posti di lavoro, ed infine laddove è possibile anche alla remunerazione dei soci; alla diffusione della cultura di comunione e del “dare”. Nel caso in cui l’adesione alla EdC non fosse ancora condivisa da tutti i soci, l’impegno a donare gli utili secondo gli scopi del progetto è limitato alle quote di competenza di chi ha aderito.” 

Un modo concreto per vivere la fraternità e la comunità e far sì che la centralità della persona e le relazioni producano opere concrete di giustizia. Il progetto di Economia di comunità dal 2012 ad oggi ha avuto una grande diffusione. Vi hanno aderito 861 imprese di varie dimensioni di cui 501 in Europa (242 in Italia), 258 in America del Sud, 34 in America del Nord, 25 in Asia e 43 in Africa. Oltre a questi dati, gli organizzatori precisano che alcune centinaia di persone “hanno cominciato a vivere la stessa cultura della fraternità. Questa nuova cultura economica intende favorire una nuova concezione dell’agire economico, non solo utilitaristico, ma teso alla promozione integrale e solidale dell’uomo e della società.” 

Segnale questo che indica chiaramente come ci sia sete di relazioni e come la fraternità possa essere considerata punto di partenza per un cambiamento di cui abbiamo tanto bisogno. E questo perché, come ricordato da papa Francesco, “L’orizz
onte della fraternità rimanda alla crescita in pienezza di ogni uomo e donna. Le giuste ambizioni di una persona, soprattutto se giovane, non vanno frustrate e offese, non va rubata la speranza di poterle realizzare. La fraternità genera pace sociale perché crea un equilibrio fra libertà e giustizia, fra responsabilità personale e solidarietà, fra bene dei singoli e bene comune.” 

Qui l’originale

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