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Stile di vita

L'amore può finire?

Daniel Greene

Juan Ávila Estrada - pubblicato il 10/04/14

L'innamoramento passa, ma in quel momento l'amore non finisce: inizia davvero

Credo che siamo tutti d’accordo quando dico che crediamo nell’amore. Indipendentemente da quella che è stata l’esperienza di ciascuno, dal modo in cui l’ha cercato, costruito o sperimentato, è impossibile non crederci. Negarlo, disconoscerlo è togliere sapore alla vita, fare di questa esistenza una disperata e inutile presenza sulla terra. Non concepiamo che l’uomo possa vivere senza amore.

I continui tentativi che realizziamo hanno tutti le stesse intenzioni: sentire che siamo amati, ma amati per noi stessi, per ciò che siamo, per quello che significhiamo come persona unica e irripetibile. Qui non conta cosa si fa, la professione, il talento o l’attributo di cui siamo stati dotati dalla natura o da Dio, se crediamo in Lui, ma semplicemente l’amore che vale di per sé ma per noi stessi.

Nessuno vuole essere amato per ciò che dà, per ciò che offre, per quello che rappresenta, per quello che ha, né per la sua estetica o la sua etica. Tutti vogliamo essere amati perché siamo semplicemente “io”. Ma quando questa esperienza si frustra, si spreca o fallisce in pieno processo di formazione, ci risulta più semplice rinunciare a credere nell’amore e affermare semplicemente che ci troviamo di fronte a un’utopia ridicola e sognatrice, propria di chi non conosce la bassezza e la miseria del cuore umano.

È importante, però, sapere che non aver trovato, costruito, sperimentato l’amore vero non significa che questo non sia una realtà. Parlarne, pensarci, anelare ad esso è già una prova della sua esistenza. Sant’Agostino diceva che non esistono desideri vani: se esiste la sede è perché c’è qualcosa che la placa, se esiste la fame è perché può essere saziata, se esiste il desiderio d’amore allora questo deve essere una grande verità.

Forse dovremmo chiederci se tutto ciò che abbiamo chiamato amore può portare davvero questo nome. Forse si può attribuire questo termine tanto sublime a quel primo movimento di stomaco che gli innamorati chiamano “farfalle”? Quel primo impatto sensoriale che “ferisce” gli affetti e ruba la pace del pensiero per aver visto qualcuno che ha generato in noi una potente reazione chimica, e che può spiegarsi in modo fisiologico, come quando un animale è capace di produrre attrazione sulla femmina per potersi accoppiare con lei, si può porre sullo stesso livello umano chiamandolo amore a prima vista?

L’errore non è stato dell’amore, ma il concetto errato che ci hanno venduto di questo alcuni musicisti e poeti, ma soprattutto quelli che vivono la propria vita solo in modo epidermico come se fossero vegetali e sono semplicemente disposti a lasciare a briglia sciolta tutto ciò che suggeriscono loro i sensi.

I sensi, però, si soddisfano solo momentaneamente. Hanno la capacità di placare l’appetito in modo fugace, ma non tardano a risvegliarsi per continuare a chiedere la stessa cosa o nuove esperienze, perché le precedenti hanno portato solo un’enorme monotonia.

È questo che non si può chiamare amore. L’amore è un’altra cosa. L’amore è l’esperienza di chi sa donarsi non solo sotto il calore delle lenzuola, di chi non si limita, solo con la tenerezza che fluisce dalla sua pelle, a baciare teneramente quella persona che gli scuote tutti i sensi fino a farli impazzire.

L’amore possiede una dinamica che esige un dono di sé all’altra persona, che non si sottomette solo a ciò che detta la pelle, che costruisce l’altro nel modo in cui costruisce se stesso; l’amore sa dare, ma soprattutto donarsi, sa morire (non necessariamente perdendo la vita fisica), perché capisce che quando esiste l’oblazione non contano più solo i progetti personali, contano quelli comuni.

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