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Il mago di Oz e Mario Draghi

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Aleteia - pubblicato il 10/04/14

Uno standard comune che faceva riferimento all’oro aveva però seri problemi. In primo luogo, il valore della moneta correva il rischio di essere alterato di fronte alla scoperta di nuovi giacimenti d’oro. In secondo luogo, di fronte a processi di crescita economica il volume monetario non poteva crescere per favorire l’efficienza degli scambi fino a che non fossero stati scoperti altri giacimenti d’oro. In terzo luogo, il sistema di parità fissa tra le valute divenne un modo perfetto perché gli impatti economici in un Paese si trasmettessero in modo efficiente al Paese vicino, come accadde con la crisi del 1929.

Con il tempo, il gold standard andò scomparendo, e con gli accordi di Bretton Woods del 1944 iniziò il cammino per svincolare le valute dalle riserve auree che si immagazzinavano nei sotterranei delle Banche centrali. I benefici del sistema dei tipi di cambio fissi riferiti al gold standard avevano dimostrato di non essere superiori ai costi, alle difficoltà e ai rischi che comportavano. Si passò dalla credibilità dell’oro a quella della capacità delle Banche centrali di influire sulle decisioni dei vari agenti economici in base al tipo di interesse. Si affermò la libera fluttuazione delle valute, ma ancora una volta non dimostrò di essere il sistema perfetto di autoregolamentazione dei mercati per attenuare le fluttuazioni di fronte alla crisi del petrolio del 1974. Di fatto, come risposta, nel 1979 si fece un tentativo di mantenere un sistema di parità fissa, questa volta con bande di oscillazione: il Sistema Monetario Europeo, anticamera dell’attuale euro, che fallì strepitosamente in un solo decennio.

Si concluse che si stava sbagliando qualcosa. Forse la stabilizzazione economica non poteva essere il risultato dell’imposizione di certi regimi di cambio, ma il contrario. Dalla stabilizzazione mediante la convergenza nel comportamento macroeconomico sorgeva un sistema di parità stabile che favoriva il commercio e rafforzava questa stabilità. Nel 1992 si firmò così il trattato di Maastricht, che imponeva una roadmap per la convergenza delle economie candidate ad appartenere alla zona euro. Per la credibilità del progetto serviva un’autorità monetaria che fosse sovranazionale perché le sue decisioni non fossero subordinate agli interessi di un solo Paese o alla discrezione della politica fiscale di ogni Governo. Nel 1997 nacque così la Banca Centrale Europea.

Fino al 2007 l’Unione Monetaria Europea si è consolidata con l’euro, ma la crisi subprime, la crisi bancaria, del debito sovrano e gli squilibri eterogenei delle economie europee hanno dato luogo alla crisi dell’euro minacciando anche la sua stessa esistenza.

Di fronte a questi ultimi convulsi sette anni, si constata sempre più il ruolo da protagonista della politica monetaria della Banca Centrale Europea anche al di sopra della politica fiscale di ciascuno dei Governi degli Stati membri. Di fatto, la “prima de riesgo” (l’eccesso del rendimento richiesto da un investitore nel momento in cui il rischio sale) delle economie periferiche non si è ridotto fino a quando Mario Draghi, il 26 luglio 2012, ha annunciato che la Banca Centrale Europea avrebbe fatto tutto il necessario per salvare l’euro e non lasciar cadere queste economie.

È sempre più rilevante per la stabilizzazione dell’economia europea e la sua competitività a livello mondiale che la Banca Centrale assuma il suo ruolo preponderante. È necessario che reagisca con sufficiente capacità e flessibilità per promuovere non solo la stabilità dei prezzi, ma anche la crescita economica dell’eurozona e difendersi in caso di eventuali guerre di valute.

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