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I gesuiti sui banchi di scuola

© ANDREAS SOLARO / AFP
CITE DU VATICAN, Vatican City : Pope Francis greets the crowd at the end of a meeting with the community of the Pontifical Gregorian University, at Paul VI audience hall on April 10, 2014 at the Vatican. AFP PHOTO / ANDREAS SOLARO
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La straordinaria fortuna di un modello formativo al quale Sant’Ignazio non aveva pensato

Nata nell’età della Riforma e della Controriforma, la Compagnia di Gesù trovò da subito nella scuola e nell’educazione il suo campo di attività d’elezione, nonostante questo non fosse nei propositi  di Sant’Ignazio. La Ratio studiorum, il trattato didattico e pedagogico elaborato dai gesuiti, fece…scuola e i Collegi nei quali si formarono le elites di vari paesi si moltiplicarono in tempi e ambiti territoriali diversi. In occasione dell’udienza di Papa Francesco con le comunità universitarie del Consortium Gregorianum (Pontificia Università Gregoriana; Pontificio Istituto Biblico; Pontificio Istituto Orientale), il 10 aprile si è tenuta alla Gregoriana la conferenza di Paolo Bianchini, docente di Storia dell’educazione presso l’Università degli Studi di Torino, che ha risposto ad alcune domande di Aleteia.
 
I gesuiti trovano da subito nella loro storia un campo peculiare di intervento nella scuola e nell’educazione: come mai?

Bianchini: In effetti la scuola non era tra gli obiettivi previsti da Sant’Ignazio. Succede che alla nascita dell’Ordine, i gesuiti vengono quasi tirati “per i capelli” nella scuola che sta nascendo nello stesso periodo storico. C’è una domanda di istruzione che viene dalla Chiesa stessa che organizza i seminari, dagli Stati nazionali nascenti, dalle famiglie che vedono in questo uno strumento di elevazione sociale per i propri figli che possono andare ad occupare posizioni di rilievo nelle nascenti burocrazie. Così i gesuiti, insieme ad altro ordini religiosi, assumono questa funzione costruendo dal nulla un’offerta formativa che risulta però molto funzionale.

Perché la Ratio studiorum dei collegi dei gesuiti ha tanto successo?

Bianchini: Si possono fare delle ipotesi. La prima ragione è che elaborano un modo di intendere la neonata scuola di tipo moderno, al passo con i tempi. I gesuiti recuperarono le esperienze elitarie di insegnamento di alcuni grandi umanisti ed elaborarono un impianto culturale basato sull’uso della parola scritta e orale indispensabile per le professioni alte dell’epoca: notai, ecclesiastici, funzionari, magistrati. Inoltre ebbero cinquant’anni di tempo dalla fondazione del primo collegio nel 1599 per elaborare la ratio studiorum che offre il primo manuale in assoluto per descrivere come si fa la scuola attraverso la definizione di obiettivi alti e di metodi di gestione, un vero e proprio vademecum degli insegnanti e di quelli che oggi chiamiamo presidi, senza molto spazio alla didattica spicciola. Una terza spiegazione può essere la gratuità dell’insegnamento: gli studenti pagavano solo il pensionato, l’internato ed erano previste anche delle forme di sostegno per i meno abbienti. Anche questo è un elemento originale per attrarre domanda.

Un modello da copiare?

Bianchini: Quello del collegio – del seminarium nobilium, come era chiamato – è un modello di straordinario successo. In Italia si può dire che il liceo classico sia proprio la diretta emanazione dei collegi dei gesuiti fondati su una visione impegnativa della cultura, dell’uomo e del cittadino.

Cosa rimane nell’attualità?

Bianchini: Il modello ha avuto più volte rivisitazioni nelle scuole gesuitiche con il trascorrere del tempo. Il passaggio alla scuola di massa si può dire, ad esempio, che segni la sconfitta dell’internato con l’affermazione della scuola diurna nel corso dell’800. L’allargamento delle possibilità di istruzione ha costituito anche uno stimolo ad allargare l’offerta, dalle elites a tutte le fasce sociali. Questo è evidente anche dalla attuale dislocazione delle scuole che non sono concentrate come un tempo nei centri storici, accanto ai luoghi del potere, ma anche nei quartieri periferici. Per quanto riguarda, invece, il rinnovamento della pedagogia gesuitica, pur rimanendo la Ratio studiorum la “Carta” dei gesuiti per l’educazione, questa è stata sostituita da una serie di raccomandazioni che ne hanno aggiornato l’applicazione introducendo nella pedagogia gesuitica quelli che sono i capisaldi attuali di questa disciplina ma all’interno del modello di cristiano e di uomo proposto da Ignazio. E’ un processo che giunge a maturazione negli anni Ottanta del secolo scorso, successivamente al Concilio Vaticano II. Resta sempre il cuore della pedagogia ignaziana: lo scopo ultimo dell’educazione è la piena crescita della persona che “conduce ad agire specialmente mediante un’azione guidata dallo Spirito e dalla presenza di Gesù Cristo” insieme alla ricerca dello sviluppo intellettuale di ciascun alunno affinché raggiunga la piena misura dei talenti ricevuti da Dio. Con parole più moderne, permane la fedeltà al mandato ignaziano perseguito sin dalla fondazione del primo collegio.
 

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