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Marco Roncalli: la santità di mio zio Giovanni XXIII

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Anna Pelleri - Aleteia - pubblicato il 08/04/14

"La sua era anche una santità pubblica, spesa a far capire agli uomini ciò che giova alla salvezza"

Marco Roncalli, nipote di Papa Giovanni XXIII racconta ad Aleteia quali sono le parole e le immagini che secondo lui descrivono la straordinaria santità di Giovanni XXIIII, santità che "stava anche nelle piccole cose: fare bene il bene e vivere immerso nelle cose di Dio":

Santo perché ha voluto esserlo, ha faticato per esserlo, consapevole che bisognava anche lasciarsi plasmare da Dio.  Cosa significasse davvero per Roncalli essere santo lo spiegò lui stesso ventiseienne in una conferenza per il III centenario della morte del cardinale Baronio: “Sapersi annientare costantemente […], mantener viva nel proprio petto la fiamma di un amore purissimo verso Dio[…]; dare tutto, sacrificarsi per il bene dei propri fratelli […]: tutta la santità sta qui”.

A queste regole si è – come dire – attenuto per tutta la vita:

Quando era chierico, sul suo diario spirituale annotava proponimenti come questo: “Devo procurare di raggiungere quel punto a cui sono giunti i santi”.

I decenni in cui fu visitatore poi delegato apostolico in Bulgaria, Turchia e Grecia, e il periodo dell’impegno ecumenico ante litteram e degli aiuti agli ebrei in fuga dal nazismo, sono ritmati da note come  “Ho sentito ancora una volta […], il dovere che ho di essere santo davvero”.  

Nel periodo in cui fu nunzio nella Francia del dopoguerra spingendosi a guardare “all’ avvenire” che voleva “santificato e santificatore” e quando,    come patriarca di Venezia, era fiducioso più nella “bontà vigilante, paziente e longanime” che “nel rigore e nel frustino”.

Nel periodo del pontificato col suo  “robusto programma da svolgere in faccia al mondo”, cominciando dal Concilio Ecumenico Vaticano II.

Santo perché ci ha insegnato ciò che davvero vale nella vita e cioè non l’affermazione personale, ma il volo sulle ali della verità e della carità, l’aiuto all’altro chiunque esso fosse, cosa che lui ha praticato. Da ricordare cosa disse nella sua ultima omelia di Pentecoste quando era delegato apostolico in Turchia e Grecia. Affermò con chiarezza: “Noi amiamo distinguerci da chi non professa la nostra fede: fratelli ortodossi, protestanti, israeliti, musulmani, credenti o non credenti di altre religioni: chiese nostre, forme di culto tradizionali e liturgiche nostre. Comprendo bene che diversità di razza, di lingua, di educazione, contrasti dolorosi di un passato cosparso di tristezze, ci trattengono ancora in una distanza che è scambievole, non è simpatica, spesso è sconcertante. Pare logico che ciascuno si occupi di sé, della sua tradizione familiare o nazionale, tenendosi serrato entro il cerchio limitato della propria consorteria, come è detto degli abitanti di molte città dell’epoca di ferro, dove ogni casa era una fortezza impenetrabile, e si viveva sui bastioni o nei propugnacoli. Miei cari fratelli e figliuoli: io debbo dirvi che nella luce del Vangelo e del principio cattolico, questa è una logica falsa. Gesù è venuto per abbattere queste barriere; egli è morto per proclamare la fraternità universale; il punto centrale del suo insegnamento è la carità, cioè l’amore che lega tutti gli uomini a lui come primo dei fratelli, e che lega lui con noi al Padre".                                                    Forse qui c�
�è già tutto.  

Santo perché ci ha insegnato a calare il vangelo nella storia, ci ha additato la vocazione alla santità come traguardo possibile e non necessariamente qualcosa di sovraumano:  la santità per Roncalli stava anche nelle piccole cose, fare bene il bene, vivere immerso nelle cose di Dio e non farsi assorbire dai miti del successo, della ricchezza, del potere usato per schiacciare gli altri.

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beatogiovanni xxiii
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