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La sostituzione di Giuda

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Dimensione Speranza - pubblicato il 07/04/14


Il Sal 69, inoltre, è continuamente richiamato nei racconti della passione di Gesù, e ciò ci autorizza a pensare che era utilizzato dalla chiesa primitiva come chiave di lettura della vicenda pasquale del Maestro.

Sulla base di questi dati possiamo affermare che:

1) Pietro, pur non citando Sap 4, ci conduce per altra via allo stesso quadro interpretativo che vede contrapposta la sorte del giusto perseguitato a quella dell’empio persecutore.

2) L’apostolo sceglie di citare il Sal 69 perché, essendo già il testo privilegiato per riconoscere in Cristo il Giusto sofferente, si prestava facilmente, al di là di precisi riferimenti, a considerare Giuda nel numero degli empi persecutori, verso i quali si imprecava una esemplare condanna divina. Attraverso il richiamo a questo salmo, la morte tragica di Giuda, indipendentemente dalla sua volontà (non è un suicidio!), appare in tutta la sua verità: è l’altro volto dell’agire di Dio, il quale nel rendere giustizia al giusto sofferente (risurrezione di Cristo) non può non giudicare l’empio persecutore (morte di Giuda). Il mistero della salvezza comprende anche il momento drammatico della condanna di tutto ciò che vi si oppone.

3) Del Sal 69 Pietro cita il v. 26 che è un’imprecazione contro l’empio perché la sua casa diventi un luogo deserto e disabitato; con questa scelta specifica egli raggiunge un duplice scopo: da un parte collega il Sal 69 alla vicenda di Giuda attraverso l’allusione all’Akeldamà, il campo di sangue diventato tomba di Giuda e conosciuto come uno dei posti più malfamati della città (cf nota al v. 18, Bibbia di Gerusalemme, p. 2325); dall’altra prepara la citazione del v. 8 del Sal 109, che si giustifica proprio per il fatto che è tratta da una imprecazione simile a quella appena riportata.

La scelta di Pietro ora appare chiara: descrivendo la morte di Giuda nei termini di una caduta a capofitto evoca il testo di Sap 4, ma non lo cita, perché il suo scopo va al di là del semplice intento di mostrare nella morte di Giuda il compimento delle Scritture.

Egli costruisce, piuttosto, una citazione salmica complessa, per poter ricondurre nello stesso quadro interpretativo scritturistico (= i testi del giusto sofferente) sia il destino di Giuda che il dovere di sostituirlo nel suo ministero.

3. «Il suo incarico lo prenda un altro»

Per Pietro, dunque, nel momento in cui si arriva a comprendere la vicenda di Giuda alla luce delle Scritture sul Giusto sofferente, bisogna porsi il problema del vuoto da lui lasciato. Ma qual è questo vuoto?

L’apostolo stesso si era già preoccupato di richiamarlo alla memoria parlando di Giuda: «Egli era stato nel nostro numero e aveva avuto in sorte lo stesso nostro ministero» (v. 17). L’incarico che Giuda lascia vacante è quello condiviso dal gruppo dei Dodici. Questo dato è molto importante perché mette in evidenza la vera «necessità» della sostituzione di Giuda: questa, infatti, non consiste nel coprire un ruolo che altrimenti verrebbe meno, ma nel ricomporre il numero degli apostoli, chiamati a svolgere lo stesso ministero.

Che questo sia lo scopo dell’iniziativa è confermato anche da altre parti del testo:

– v. 22: il sostituto di Giuda, dice Pietro, avrà il compito di essere «testimone, insieme a noi, della sua risurrezione»; ciò significa appunto che non deve assumere un incarico specifico, ma condividere il ministero degli altri apostoli;

– v. 26: il racconto si conclude dicendo che l’eletto «fu associato agli undici apostoli»; con questa espressione si sottolinea l’effetto dell’elezione, che non è quello di avere un uomo in più per testimoniare Cristo dove gli altri non arrivano, ma ricreare il gruppo dei Dodici apostoli, all’interno di una già abbastanza vasta comunità di discepoli testimoni (120 fratelli, v. 15).

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apostoliascensioneatti degli apostolichiesa cattolicagiudapentecoste
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