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Gesù, in quanto uomo, poteva scegliere di peccare?

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Emanuele D'Onofrio - Aleteia - pubblicato il 07/04/14

Al termine del nostro cammino quaresimale, e dunque di conversione, andiamo al cuore del rapporto tra l’uomo e il peccato

Se l’uomo, nella sua natura di essere libero, ha facoltà di peccare, allora Gesù, il Dio fatto uomo, avrebbe potuto essere un peccatore? La questione è antica: da secoli le facoltà di teologia si interrogano sul significato delle tentazioni poste di fronte a Gesù, e sul suo rifiuto di abbandonarvisi. Alla sua essenza, la questione ci riguarda da vicino, poiché investe il modo in cui il peccato è parte della vita dell’uomo, se sia connaturato al suo essere creatura o se sia soltanto frutto di una scelta. Giunti alla fine di questo tempo di purificazione e di attraversamento del deserto, ormai in vista di Gerusalemme, Aleteia vuole accompagnarvi dentro una delle questioni più sofferte del nostro essere creature, per prepararci insieme a vivere la gioia di tornare “a riveder le stelle”.

Per questo ci siamo rivolti a don Antonio Castellano, docente di Teologia sistematica: Trinità e Cristologia presso l’Università Pontificia Salesiana, nonché membro della Commissione Teologica Internazionale.

Gesù avrebbe potuto peccare?

Castellano: E’ una delle questioni più importanti, quando si riflette da un punto di vista sistematico sulla persona di Gesù in quanto Dio incarnato. Dobbiamo fare alcune premesse: che cos’è il peccato, in rapporto all’uomo? E’ qualcosa di essenziale all’essere uomo oppure, al contrario, è una diminuzione dell’essere uomo. Da un punto di vista teologico sappiamo che il peccato è un’aggiunta all’umanità, in quanto è disobbedienza verso Dio, un “rompere” con lui. L’uomo creato ad immagine di Dio taglia, con una scelta libera, il rapporto con lui, perché pensa di potersi realizzare pienamente arrivandone ad occupare il posto, a essere come Dio senza Dio. Quindi da un punto di vista teologico il peccato non è affatto realizzare ciò che l’uomo è, per natura, sin dalla creazione. Una seconda premessa ci dice che Gesù è Dio fatto uomo, quindi unione della natura divina con la natura umana in un essere che originariamente è il figlio eterno di Dio; egli, senza lasciare la sua condizione divina assume la condizione umana in quest’esperienza che è unica, di essere Dio e nello stesso tempo essere uomo. Ora, il Nuovo Testamento ci dice chiaramente che Gesù ha provato anche lui l’esperienza della tentazione, proprio in quanto Figlio di Dio nel suo rapporto con Dio Padre, e poi proprio nella sua dimensione divina, quando per esempio gli viene chiesto di mutare le pietre in pane. Gesù sappiamo che non le accetta, accetta di vivere il suo essere Dio in un altro modo, che si chiarisce con tutta la sua vita, che poi diventa morte sulla croce. Gesù ha provato questa sensazione, che è simile alle prove che sperimentiamo noi. Lui forse le avrà sperimentate in un modo più grande; chiaramente nei Vangeli leggiamo che è stato messo alla prova, ma non ha peccato. Quindi è stato fedele a ciò che il Padre gli chiedeva, ed ha dimostrato quest’obbedienza fino a morire sulla croce, come dimostrazione estrema dell’amore di Dio verso l’umanità.

Dunque sceglie di non peccare, ma lo fa da uomo?

Castellano: Esattamente. Il Figlio di Dio è in perfetta unità con il Padre anche nell’essere unità d’amore, quindi risulterebbe quasi una contraddizione pensare che all’interno di Dio ci possa essere questa rottura che si è verifica con la creatura, nei suoi rapporti con il Creatore. Bisogna situare questa esperienza originale che il Figlio di Dio ha fatto della condizione umana. Lì vediamo chiaramente che Gesù, pur essendo esposto a questa prova, quando gli è chiesto di mostrare in modo facile la sua divinità per ottenere come un riconoscimento da parte dell’umanità, cioè facendo prodigi, ecc., chiaramente non sceglie quella strada, e questo lo fa in conformità alla volontà del Padre. E’ la strada contraria a quella scelta da Adamo ed Eva, una ricerca costante di ciò che il Padre si attende da lui, in quanto figlio suo fatto uomo. Questi sono i dati dei Vangeli, riassunti in modo essenziale: Gesù è messo alla prova ma non rompe con il Padre, non gli disobbedisce non solo non scegliendo il male, e quindi disobbedendo ai comandamenti fondamentali, ma anche facendo quel Bene, o realizzando quel progetto particolare che Dio aveva su di lui. Il progetto era di dimostrare l’essere di Dio Padre nei confronti dell’umanità come un essere di misericordia che accetta di patire la croce, e soffrirla come un’ingiustizia pur di mostrare all’umanità fino a che punto Dio la ama.

Paradossalmente, se colui che ci libera dai peccati avesse peccato, avrebbe rotto quel patto?

Castellano: Siamo nel campo delle pure ipotesi. Qui la teologia si è un po’ divisa: secondo la teologia classica, secondo San Tommaso, non si può neppure immaginare questa possibilità perché appunto lo stesso Figlio di Dio per essenza è unito al Padre, quindi una rottura non è neppure ipotizzabile. Oggi in qualche modo si insiste più sull’altro aspetto, che pure è presente nei Vangeli, quello della prova che Gesù ha subìto, che è stata una prova reale, nella sua situazione umana, per essere Dio incarnato, che “si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato” (Cost. Gaudium et spes, 22). Bisogna prendere sul serio le prove che Gesù ha vissuto, e anche la grande prova della croce, dove Gesù paradossalmente sperimenta anche la separazione dal Padre quando grida "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Oggi si dà molta importanza a questa esperienza che Gesù ha fatto, di aver sperimentato l’esperienza del peccatore, di sentirsi separato da Dio Padre senza averlo meritato, perché vediamo fino a che punto Dio ha amato l’uomo: come i padri ci dicono, fino al punto da scendere nell’inferno, il Sabato Santo, come esperienza della morte e del castigo (ricordiamo che è rimasto un giorno, dimenticato negli inferi). L’esperienza di abbandono che Gesù ha sentito è il punto di partenza per la liberazione dell’umanità dal peccato, per strapparci dal regno della morte e portarci su con sé: questo è quello che lui fa con Adamo ed Eva. Oggi, più che interrogarsi su queste questioni teoriche che poi fino ad un certo punto meritano di essere raccolte, quello che conta nella pratica è raccogliere questo messaggio della Rivelazione. Qui c’è la frase paradossale di San Paolo, secondo cui Dio non ha fatto suo figlio peccatore ma peccato (cfr. 2 Corinzi 5, 21), cioè non gli ha fatto sperimentare la disobbedienza, perché noi avevamo bisogno di qualcuno che ci liberasse dalla malattia del peccato come disobbedienza a Dio. Ma Gesù ha sperimentato fino in fondo la nostra condizione di peccatori: si approfondisce allora questa abbondanza, come dice il papa, di misericordia di Dio nei nostri confronti. Per questo possiamo avere piena fiducia di Dio in ogni circostanza della vita.

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