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Scattano le nuove norme antipedofilia: ma sono attuabili?

10 Minimal Adaptations Catholic Schools Should Make to Common Core Says Education Expert Nazareth College – it

Nazareth College

Emanuele D'Onofrio - Aleteia - pubblicato il 05/04/14

Dal 7 aprile chi lavora con minori dovrà produrre un certificato penale al datore di lavoro: i dubbi sono sui tempi e sulla privacy

L’impulso arriva dall’Europa. Il decreto legislativo n. 39 del 4 marzo scorso, che recepisce una direttiva europea del 2011 contro “l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei minori e la pornografia minorile”, entrerà in vigore lunedì prossimo. L’articolo 2 è il nodo più delicato, dal momento che prevede l’obbligo per chi lavora in strutture frequentate da minori – tra le quali le palestre, le scuole e le parrocchie – di produrre il proprio certificato penale ai propri superiori, per dimostrare la propria trasparenza in tema di pedofilia. Le problematiche di questa iniziativa sono diverse, e vanno dalla privacy – poiché il datore di lavoro avrebbe facile e illegittimo accesso ad informazioni giudiziarie sul proprio dipendente che trascendono il crimine della pedofilia – alla questione del tempo: ce ne vorrà parecchio prima che ogni struttura riuscirà a mettersi in regola, e questo costringerà ognuna di esse ad attraversare una finestra di illegalità in cui sarà sanzionabile. Ne abbiamo parlato con don Filippo Morlacchi, direttore dell’Ufficio per la Pastorale Scolastica della Diocesi di Roma.

Cosa pensa di questa misura “antipedofilia”?

Morlacchi: Il testo chiede al datore di lavoro di procurarsi il certificato penale. Ora il certificato penale viene riconsegnato soltanto su richiesta del soggetto interessato; quindi il datore di lavoro dovrebbe richiedere all’eventuale lavoratore di fornire questo certificato. Ora questo può accadere per nuovi contratti, ma per tutti coloro che hanno un contratto già in essere, come può il datore di lavoro chiederlo a tutti? E se il dipendente si rifiutasse di fornirlo? Mi sembra sia una legge scarsamente applicabile nei tempi così immediati: è del 4 marzo 2014, a distanza di un mese è difficile che riesca ad essere attuativa. Bisognava individuare una strategia, magari dei commi con validità temporanea, con indicazioni transitorie, per capire come fare.

Ma riconosce la validità del suo principio?

Morlacchi: Il principio secondo me è corretto, vale a dire far ricadere sulle spalle di un datore di lavoro che assume dipendenti a diretto contatto con minori la responsabilità di verificare che queste persone non abbiano dei precedenti penali. Bisogna però distinguere vari livelli: un conto infatti è l’affidabilità morale, che è una cosa non attestata dai documenti, una cosa è la responsabilità penale, che questa persona non abbia dei precedenti penali in ordine a delitti di pedofilia. Qui secondo me c’è una situazione di difficoltà, soprattutto dove si cerca di mettere insieme tipologie diverse: nell’articolo 2 si parla non solo dei lavoratori, ma anche dei volontari, e questo è un altro punto estremamente complesso, perché rispetto alla persona che svolge attività di volontariato non si può configurare una struttura di datore di lavoro che chiede un certificato. E oltretutto l’attività di volontariato avviene normalmente con persone che al 18° anno di età virano dalla categoria protetta, cioè oggetto di pedofilia, alla categoria potenzialmente pericolosa. Ovvero per un ragazzo che fa volontariato in parrocchia e mi gestisce i ragazzini, finché ha 17 anni dovrei chiedere ai maggiorenni un certificato penale che dichiari che quel ragazzo è tutelato, ma il giorno che lui diventa maggiorenne, dovrei chiedere a lui stesso di procurarsi al casellario giudiziario un certificato in cui dichiara che non ha commesso crimini di questo tipo. Forse è una fattispecie speciosa, un caso surreale, ma di questo stiamo parlando.

Intendiamoci, a mio avviso l’iniziativa è corretta, perché tutto ciò che si fa per combattere la pedofilia è doveroso e lodevole; però probabilmente lo strumento legislativo che è strato costruito può essere perfezionato, e io ritengo che questo accadrà nei prossimi mesi per evitare che si crei un numero adeguato di inadempienti. Qui si dice infatti che il datore di lavoro inadempiente è soggetto a sanzione amministrativa pecuniaria da Euro 10.000 a Euro 15.000: ora, il sette entra in vigore il decreto, e per fare soldi sarebbe sufficiente che il giorno 8 si facesse un’indagine in ogni scuola dove sicuramente sarebbe scoperto inadempiente e sanzionato qualunque dirigente scolastico che ha firmato contratti per tutti i suoi dipendenti. Sono scenari davvero surreali.

Esistono strategie specifiche della Chiesa per combattere la pedofilia negli ambienti parrocchiali?

Morlacchi: Strategie di questo tipo non ci sono, perché fino a prova contraria in Italia vige il regime di presunzione di innocenza. Noi non possiamo pensare che ogni persona che si occupa d’infanzia e adolescenza sia ipso facto sospettabile di pedofilia, perché questo significherebbe che bisognerebbe fare indagini a partire dalle Facoltà di Scienze della formazione primaria. Sicuramente la maggioranza di persone lì sono sane di mente, e amano i bambini in modo sano e nobile. Non credo che la Chiesa debba occuparsi di costruire un meccanismo di sospetto sistematico. L’unica cosa che secondo me la Chiesa può e deve fare – e in questa linea si muovono le indicazioni che sono uscite dall’ultimo consiglio permanente della CEI – è fare in modo che laddove ci sia un sospetto minimamente plausibile deve intervenire con la massima tempestività e prendendo sul serio l’accusa. Poi, che l’accusa di pedofilia sia stata utilizzata nei confronti di sacerdoti e religiosi come strumento per fare fuori dei pericolosi avversari, questo è purtroppo tristemente noto, questa è una delle strategie più adottate dalla criminalità organizzata nel Mezzogiorno e altrove. D’altronde è anche vero che un solo e singolo caso di pedofilia che fosse registrato meriterebbe tutta l’attenzione. Allora secondo me bisogna agire con la massima chiarezza senza dare giudizi sommari, ma tutelando in maniera prioritaria il benessere dei bambini.

Lei, dal suo punto di osservazione, nota comunque una maggiore attenzione a questo tema?

Morlacchi: L’attenzione è accresciuta da parte di tutti, ma questo ha comportato fenomeni diversi, anche negativi. A questo proposito voglio raccontare un episodio. Due anni fa ero su un Frecciarossa, poiché dovevo lavorare mi ero intenzionalmente vestito non da sacerdote, ma in borghese (è più facile infatti su un treno che con al sacerdote “si attacchi bottone”). Accade che in uno dei sedili accanto al mio si siede una mamma con due bambini, uno dei quali di 3-4 anni che comincia a scherzare con me. Io ho molto feeling con i bambini, e nel giro di un quarto d’ora questo ragazzino comincia a farmi vedere tutti i giochi che aveva; per tutto il resto del viaggio – io avevo chiuso il computer nel frattempo – il bambino si rotolava sul mio sedile come se io fossi lo zio. Quello che ho pensato, è che se avessi avuto il colletto, la madre non glielo avrebbe permesso. Questo è quello che rischiamo: mi sono reso conto che l’indisponibilità del fanciullo, soprattutto quando è molto piccolo, nei confronti del sacerdote o del religioso, è molto accresciuta negli ultimi anni. L’equazione “prete=pedofilo”, diventata popolare alcuni anni fa quando, ha creato un tracollo nell’immagine sana, onesta del clero presso la sensibilità comune. Questo secondo me è un errore, anche perché sono evidenti sia i risultati raggiunti da parte della Chiesa nel momento in cui ha capito di dover agire con una strategia molto più diretta e più energica per stroncare episodi di questo tipo, sia i dati statistici che rivelano che la maggior parte degli episodi di questo genere avviene in altri contesti: familiari, palestre, ecc. Dico questo perché in un questionario che circolava nelle parrocchie alcuni anni fa, tra le domande che si facevano ai bambini per allertare coloro che avrebbero poi valutato il questionario, una era “frequenti ambienti di Chiesa, l’oratorio, la parrocchia, ecc?”, come se questi fossero ambienti di per sé a rischio. Questo modo di pensare secondo me è scorretto. Quello che noi dobbiamo fare è di agire con la massima determinazione e trasparenza nei casi in cui ci sia un errore acclarato, e purtroppo casi di questo genere anche nei confronti di sacerdoti ce ne sono stati, e in queste situazioni al di là della carità cristiana ci deve essere il codice penale che agisce in tutta la sua durezza, prete o non prete, ministro di culti di un’altra religione, ecc.

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