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Da Buenos Aires a Santa Marta: ecco “Il Vaticano secondo Francesco”

Marcin Mazur/Catholic NewsUK
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È in libreria il nuovo libro di Massimo Franco che esplora, nelle sue tante facce, quel prisma che è il pontificato del “primo papa glocale”

“Qui c’è posto per trecento persone!”. In queste parole, che il neoeletto Francesco pronunciò mentre Tarcisio Bertone nelle vesti di Camerlengo insieme a pochi altri gli mostravano l’Appartamento del Palazzo Apostolico, c’era già la sintesi del suo programma. Nella sua scelta di rimanere a vivere nella stanza 201 di Santa Marta, suo domicilio durante il conclave, c’era il gesto simbolico di una rottura con il modello di papato che eravamo abituati a conoscere.

Massimo Franco, editorialista del Corriere della Sera e scrittore, parte da qui per raccontare quel cambiamento che in Vaticano non si vuole etichettare come “rivoluzione”, ma che visto da fuori, tanto gli somiglia. La Chiesa cattolica è stata il cuore degli interessi del Franco saggista: se nei suoi ultimi due libri prima di questo ne aveva raccontato quella che definiva una “crisi”, oggi in Il Vaticano secondo Francesco (Mondadori, 2014) si dedica con appassionata ed analitica curiosità a sviscerare i tanti aspetti di un pontificato che egli considera una cesura con il passato. Noi di Aleteia l’abbiamo intervistato.

Da dove nasce la grande “novità” di Francesco?

Franco: Questa capacità di sorprendere in modo “rivoluzionario” nasce dalle dimissioni di Benedetto XVI. Senza quel gesto traumatico ed epocale non si spiega quello che è successo dopo. È vero che oggi la Chiesa guida un movimento di rinnovamento delle leadership a livello di intero Occidente, ma lo fa perché ha subito, e vissuto, e reagito a un trauma come quello delle dimissioni di un papa dopo 700 anni. Quindi c’è un elemento di grande rottura che spiega la grande “rottura” portata poi da Francesco, altrimenti quello che è successo non avrebbe una radice giustificabile.

Nel gesto di Benedetto XVI c’era già in nuce questo cambiamento?

Franco: Io ho l’impressione che sia stato un gesto, qualcuno dice “di grande coraggio”, io direi di coraggio disperato, o di “disperazione coraggiosa”, perché non è un gesto nel quale si possa riconoscere la capacità di prevedere quello che sarebbe accaduto dopo. Era semplicemente un “basta!” rispetto all’impossibilità, e forse anche all’incapacità di guidare la Chiesa in un momento in cui invece di andare avanti veniva risucchiata da scontri interni molto brutti, con un rischio serissimo di tramonto e di declino.

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