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La nostra strada verso Gerico

Jeffrey Bruno 2013
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L’omelia del cardinale Sean O’Malley alla Messa di suffragio per i migranti che muoiono nel deserto dell’Arizona tentando di raggiungere gli Stati Unit

È stata una giornata molto significativa ieri per la Chiesa degli Stati Uniti. Nel cuore della Quaresima il cardinale arcivescovo di Boston Sean O’ Malley insieme a una delegazione di vescovi della conferenza episcopale ha presieduto una celebrazione eucaristica a Nogales, nel deserto dell’Arizona, al confine sempre più sbarrato con il Messico. Una Messa di suffragio per quanti sono morti nel tentativo di raggiungere gli Stati Uniti, con un richiamo esplicito al gesto analogo compiuto da Papa Francesco a Lampedusa. E insieme anche un modo per porre all’attenzione della politica americana la questione della riforma della legislazione sull’immigrazione che resta arenata al Congresso. Proponiamo qui sotto una nostra traduzione della parte centrale dell’omelia molto forte pronunciata dal cardinale O’Malley (a questo link il testo integrale in inglese).

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Il Vangelo di oggi si apre con un certo dottore della legge che sta cercando di mettere alla prova Gesù. Lui è un esperto delle leggi, ma è ostile a Gesù; sembra ansioso di sapere come raggiungere la vita eterna, ma il suo vero intento è cogliere in fallo Gesù in un dibattito pubblico. Gesù risponde alla domanda dell’uomo chiedendogli: «Che cosa c’è scritto nella legge?». E il dottore della legge risponde a dovere, citando il grande comandamento: ama Dio sopra ogni cosa e il prossimo tuo come te stesso.

Gesù dice: «Hai risposto bene. Fa questo e vivrai». L’amore di Dio e l’amore del prossimo sono la chiave per una vita buona. E l’insegnamento più stupefacente del Vangelo è proprio quanto l’amore di Dio e l’amore del prossimo siano intimamente tra loro collegati.
Ma il dottore della legge è un po’ imbarazzato e per questo formula un’altra domanda per apparire intelligente e perspicace. E la domanda è importante: «Chi è il mio prossimo?». Questa magnifica domanda offre a Gesù l’occasione per donarci una delle più grandi parabole del Nuovo Testamento – la parabola del Buon samaritano.
Al tempo di Gesù l’espressione «Buon samaritano» non veniva mai utilizzata dal popolo eletto. Sembrava un’espressione contraddittoria. Come poteva qualcuno essere samaritano e allo stesso tempo buono? I samaritani erano spregevoli stranieri, eretici ed esclusi. E invece Gesù ci mostra come quello straniero, quel samaritano, diventi il protagonista, l’eroe che salva uno dei figli nativi che non viene soccorso dai suoi connazionali e correligionari ma proprio da uno straniero, un alieno, un samaritano.

Chi è il mio prossimo? Gesù ha cambiato i termini della domanda passando dal dominio dell’obbligo legale (chi merita il mio amore?) a quello del dono (di chi posso essere io il prossimo?). E così lo spregevole samaritano diventa l’esempio morale.
Gesù ci sta mostrando che il popolo che appartiene alla comunità dell’alleanza di Dio deve dimostrare un amore che non si ferma all’amicizia o alla vicinanza, ma un amore che ha un respiro universale e non cerca ricompense.
La funzione delle parabole può essere quella di istruire o quella di creare uno shock. Questa parabola è fatta per scuotere l’immaginazione della gente, per provocare, per sfidare. I criteri usuali di valutazione del valore di una persona vengono sostituiti da quelli di un’attenzione disinteressata al bisogno dell’uomo dovunque lo si incontri.
Siamo venuti oggi qui nel deserto perché è questa la strada verso Gerico; ed è percorsa da molti che cercano di raggiungere la metropoli di Gerusalemme. Siamo venuti qui oggi per farci prossimo e trovare il nostro prossimo in ciascuna delle persone sofferenti che rischiano le loro vite e a volte perdono le loro vite nel deserto.

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