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La disumanizzazione di un Paese

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Aleteia - pubblicato il 02/04/14

Bisogna smettere di essere complici o neutrali e tornare ad essere fratelli per poter frenare il male

di Rafael Luciani

Siamo testimoni di azioni che non possono essere analizzate solo in base alle premesse di un dibattito politico o economico. La presenza di segni di una cultura della morte che sequestra, tortura, pratica crudeltà e viola i diritti privati e processuali cambia l'impostazione di qualsiasi giudizio. Non possiamo continuare a eludere la domanda relativa all'atteggiamento umano che abbiamo forgiato come Nazione e che ci ha portato ad essere complici del male, con azioni individuali sottovalutate come mali minori, che hanno favorito un fatto tragico come la disumanizzazione di un Paese.

Ci sono atteggiamenti che disumanizzano: la teologia li definisce peccato personale o strutturale. Quando si verifica un processo apparentemente irreversibile e si sente che non c'è più nessuno che non sia coinvolto, possiamo allora parlare, come dice Jean Nabert, di un eccesso del male. È lì che ciò che è ingiustificabile passa ad essere insopportabile, perché si perde la capacità di scandalo di fronte all'esistenza di norme violate senza limite e alla chiusura di vie di pacificazione.

Abbiamo vissuto per anni un processo di adattamento, come lo definiva Max Picard. Abbiamo perso quella linea di demarcazione tra la vita e la morte, il senso e il nonsenso. Si è instaurata la triste sensazione del morire quotidiano che ci disumanizza, e si tratta di qualcosa di peggio che temere la morte stessa, perché ci ruba la speranza.

L'aspetto più tragico del male è che queste azioni, secondo Hayden, ci paralizzano, ci trasformano in esseri superflui, demoralizzati, violati nella nostra dignità, e smettiamo di trattarci come esseri unici e irripetibili. Si impone, allora di parlare del male e di richiamare l'attenzione sulla responsabilità di ciascuno, per azione o omissione, nella situazione attuale. Non sarà la Provvidenza Divina né il legalismo formale a salvarci. In una cultura a maggioranza cristiana, si può parafrasare Wiesel di fronte ad Auschwitz: “Il cristianesimo ha fallito”. Ci riferiamo alla crisi nella trasmissione profetica di quei valori che ci hanno ispirati.

Bisogna riconoscere che abbiamo fallito e che abbiamo bisogno di convertirci. Ciò implica, oggi, il fatto di ascoltare le vittime, perché sono segni viventi di quella ferita aperta che ha bisogno di essere guarita: hanno sofferto il male e chiedono una riconciliazione nazionale. Bisogna smettere di essere complici o neutrali, e tornare ad essere fratelli per poter frenare il male. Si attribuisce a Burke questa frase: “L'unica cosa necessaria per il trionfo del male è che l'uomo buono non faccia niente”.

Il male non nasce per imposizione di un regime, ma dalle persone che girano lo sguardo davanti a mali minori, come la violenza verbale e fisica che oggi caratterizza chi esercita funzioni pubbliche. “La violenza non ha mai fatto altro che abbattere…; accendere le passioni…; accumulare odio…; e ha precipitato gli uomini e i partiti nella dura necessità di ricostruire lentamente, dopo prove dolorose, sopra i ruderi della discordia” (Giovanni XXIII).

Dottore in Teologia

rlteologiahoy@gmail.com

@rafluciani

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

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