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Il linguaggio dei ‘sensi’: opportunità e limiti

Berkeley T. Compton / Flickr / CC
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Contro l’illusione di catturare l’esperienza di Dio nelle reti del soggettivismo, occorre considerare i sensi non solo come il luogo della suprema occasione, ma pure come il luogo della quotidiana tentazione

2. I sensi come tentazione 

L’ambivalenza con cui le nostre assemblee avvertono insieme il fascino e il timore di dare voce alla dimensione sensibile della liturgia non è nuova: l’esercizio della vigilanza nei confronti dei sensi appare come un dato costante nella storia della spiritualità cristiana, sin dalla predicazione dell’apostolo Paolo che esorta i cristiani di Corinto a fare tutto con moderazione, intelligenza e sobrietà, perché il nostro «non è un Dio di disordine, ma di pace» (1 Cor 14,33). Un’estetica della calma, della modestia e della misura domina il pensiero e la prassi delle assemblee liturgiche dei primi secoli: da qui la titubanza con cui elementi come l’incenso, i fiori, le immagini, gli strumenti musicali furono progressivamente introdotti nella liturgia, nel timore di cedere all’idolatria pagana o più semplicemente di essere distratti dalla bellezza sensibile nel cammino verso le verità dello spirito. Che in tale atteggiamento si annidasse il pregiudizio platonico è ammissibile: emblematica è in tal senso l’estetica di Agostino che da una parte esalta la bellezza che viene dai sensi (descritti come messaggeri che rimandano al Creatore per mezzo del loro ministerium) e il giusto piacere che ne deriva, dall’altra invita a diffidare dei sensi («foresta piena di insidie e di tentazioni») e a sottomettere ogni piacere sensibile all’uso che se ne fa, dal momento che tale piacere tende inevitabilmente verso il basso, preferendo le creature al creatore, i doni di Dio al Dio dei doni (2). E tuttavia, come mostra proprio la fine fenomenologia dei sensi di Agostino, è ultimamente nel corpo stesso, nei dinamismi della sensibilità che si radica quell’ambivalenza di fondo per cui la carne è insieme il luogo della trasparenza dello Spirito e della sua opacità. Solo ricevendo la loro forma spirituale, sensi e sentimenti diventano il luogo epifanico del dirsi e del donarsi dell’esperienza dell’incontro con il Dio trinitario. La percezione di tale ambivalenza assume nelle nostre assemblee liturgiche i tratti di due derive opposte: l’intellettualismo anestetico e l’antropocentrismo sensualistico. Il primo è figlio della modernità secolarizzata e risente di un persistente pregiudizio antirituale, per cui tutto ciò che ha a che fare con l’estetico è considerato fuorviante rispetto all’autentico spirito della fede cristiana, distraente da ciò che veramente conta: il vangelo predicato e vissuto. La conseguenza di tale atteggiamento è rilevante: la varietà e la ricchezza dei linguaggi sensibili cedono il passo al predominio del codice verbale che enfatizza il livello mentale della comprensione dei significati e dei valori sul livello corporeo del contatto e della relazione.

Sul fronte opposto, ecco una liturgia ansiosamente alla ricerca dei sensi perduti dalla modernità secolarizzata. Nella cultura dell’immagine e dell’emozione, anche la liturgia reclama i diritti della sensibilità, non senza cedere alle lusinghe della spettacolarizzazione mediatica, più preoccupata di far stare bene (to feel good, to look good) che di disporre sensi e sentimenti all’azione dello Spirito di Cristo (3). In questo quadro, si possono segnalare alcuni pericoli ricorrenti: i tentativi ingenui di garantire, tramite i mezzi audiovisivi, una visibilità pressoché assoluta, come se una maggiore visione fosse indispensabile per ‘vedere’ lo Spirito all’opera; l’espansione indebita degli elementi canoro-musicali mirati a incantare (orchestre e cori imponenti, atmosfere New Age…); il sovraccarico emotivo che tende ad annullare ogni distanza tra il sé e l’altro; l’invenzione continua di nuovi segni espressivi della fede e dei valori della comunità; l’attenzione esageratamente minuziosa rivolta agli elementi cerimoniali, che tradisce una certa autoreferenzialità; l’espansione del gesto rituale, tipica (anche se non esclusiva) di certi filoni delle spiritualità carismatiche che non ritengono sufficiente la forma rituale prescritta, al fine di raggiungere gli effetti spirituali desiderati.

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