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Il linguaggio dei ‘sensi’: opportunità e limiti

Berkeley T. Compton / Flickr / CC
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Contro l'illusione di catturare l'esperienza di Dio nelle reti del soggettivismo, occorre considerare i sensi non solo come il luogo della suprema occasione, ma pure come il luogo della quotidiana tentazione

di Paolo Tomatis

«Accende lumen sensibus»:la preghiera liturgica non lascia dubbi sul coinvolgimento dei sensi nell’esperienza spirituale dell’incontro con Dio. La riflessione teologica lo ha sempre intuito, ma per descrivere i dinamismi dell’esperienza spirituale ha preferito affidarsi alle sponde sicure della razionalità, diffidando del linguaggio dei sensi, ritenuto ambiguo e ingannevole. Dopo secoli di sospetto, sembra che sia arrivata l’ora di reintegrare la sensibilità nell’esperienza e nella sapienza della fede. Contro la deriva razionalista, si invoca una liturgia più sensibile alle ragioni del corpo, più capace di coinvolgere e avvolgere la totalità delle dimensioni dell’umano: i sensi non sono più visti come ostacolo pericoloso, ma come la «suprema occasione» (C. Campo) del rivelarsi dello Spirito. Al tempo stesso, non sfugge la necessità di vigilare perché la sensibilità dell’esperienza liturgica non scada in un sensualismo fuorviante. Contro l’illusione di catturare l’esperienza di Dio nelle reti del soggettivismo, occorre considerare i sensi non solo come il luogo della suprema occasione, ma pure come il luogo della quotidiana tentazione. Tra i due opposti di un razionalismo anestetico e di un sensualismo estetizzante, l’estetica liturgica – ovvero la disciplina che approfondisce il senso della liturgia a partire dai suoi dinamismi sensibili – è chiamata a raccogliere la sfida di pensare a una liturgia insieme sensibile e spirituale: una liturgia dei ‘sensi spirituali’ che integra la sensibilità in una forma improntata a un’estetica della carità evangelica ed ecclesiale (1).

1. I sensi come occasione

Molta strada è stata percorsa dalla filosofia e dalle scienze umane per rivalutare i sensi del corpo. Luogo di scambio tra la realtà esteriore e l’interiorità soggettiva, i sensi sono molto di più che uno strumento necessario ma da oltrepassare al più presto, per giungere alla conoscenza intellettiva: i sensi costituiscono gli organi della nostra relazione con il mondo e pure con noi stessi, dal momento che percepire ciò che avviene al di fuori di noi è sempre percepirsi nell’atto di percepire. Diversa, infatti, è la percezione della rosa da parte dell’innamorato e del botanico, dell’artista e dell’uomo distratto: il contesto della percezione, insieme alla condizione soggettiva di colui che percepisce, sono determinanti per definire il senso di ciò che si sente; in una espressione sintetica, si potrebbe dire che ciò che è al di là di noi non è mai senza di noi. Il rimando alla relazione originaria che lega il corpo e lo spirito, il mondo e l’io, è di fondamentale importanza per comprendere la dimensione sensibile dell’esperienza spirituale: lo attesta con chiarezza il prologo giovanneo («E il verbo si è fatto carne… e noi abbiamo visto la sua gloria»: Gv 1,14.18), insieme all’esordio della prima lettera di Giovanni («Quello che le nostre mani hanno toccato…»: 1 Gv 1,3). In virtù della creazione in Cristo (dato antropologico) e dell’incarnazione di Cristo (dato teologico), i sensi del corpo costituiscono non soltanto il luogo di accesso all’esperienza del mondo, ma pure il luogo di accesso all’esperienza di Dio. Di tale esperienza, proprio la liturgia rappresenta il momento sorgivo e culminante, come afferma il concilio Vaticano II (SC 10), sulla scia della grande tradizione patristica: in essa, attraverso la varietà dei segni sensibili (per signa sensibilia: SC 7), si manifesta e si attualizza il dono della salvezza di Cristo. L’apertura della fede a un’estetica dell’ascoltare e del vedere, del gustare e dell’entrare in contatto, non rappresenta dunque né un privilegio dei mistici, eletti ‘toccati’ dalla grazia divina, né una consolazione dei semplici, bisognosi di toccare e vedere per credere: essa è costitutiva dell’esperienza liturgica, chiamata ‘in qualche modo’ (precisamente nel modo proprio della liturgia) a mostrare/vedere la gloria del Dio invisibile, a dire/ascoltare la Parola rivelata, a entrare con tutti i sensi nel cuore del mistero trinitario. Tutto questo è possibile in virtù della singolare capacità dei sensi di far entrare in una relazione immediata e concreta con l’altro da sé: dire sensi significa dire ‘corpo’, dunque presenza viva e scambio reciproco; dire sensi significa dire ‘azione’ che coinvolge e ‘manifestazione’ che sollecita una risposta di riconoscimento; dire sensi significa dire ‘sensibilità’, vale a dire attenzione ed emozione; dire sensi significa dire ‘sinestesia’, ovvero possibilità di entrare in contatto con l’Altro da noi con tutto noi stessi, rispettandone al contempo la trascendenza e l’imprendibilità; dire sensi significa dire ‘alleanza’, perché non c’è sensazione che non sia una comunione; il fatto di vedere alcune cose e non percepirne altre; il fatto di non ascoltare tutto ciò che entra nel nostro campo uditivo, ci conferma della verità per cui vedere è rispondere, ascoltare è corrispondere, e non si dà percezione liturgica senza iniziazione a un dato modo di percepire. Anche il limite, che è costitutivo della sensazione (la visione è prospettiva e parziale; il nostro olfatto è inferiore a quello degli altri animali) e che si accentua nelle esperienze della malattia, della disabilità, dell’incedere dell’età, non costituisce per se stesso un ostacolo alla percezione liturgica: al contrario, proprio l’esperienza dello scarto tra la percezione limitata della realtà e la realtà che in essa si rivela può manifestare l’eccedenza (cioè il sovrappiù) del dono trascendente e della sua recezione. La ricerca dì una liturgia più ‘contattiva’ e più sensibile alle ragioni del corpo e del cuore è espressione di una nuova fase della riforma liturgica, più attenta alla dimensione verticale e mistica della partecipazione attiva (partecipare come essere coinvolti nel mistero), e più consapevole dell’importanza della forma rituale in ordine a tale partecipazione. Contro l’atteggiamento ‘informale’, che per paura del formalismo non si preoccupa più delle forme, si presta nuovamente attenzione alle risorse del rito in ordine non solo alla comunicazione, ma alla comunione con il mistero. Perché la liturgia possa costituire la suprema occasione dell’incontro con Cristo, non è sufficiente che ci sia l’assemblea, non bastano le parole delle preghiere e il canovaccio del rito. È necessario affinare un’arte di celebrare, al contempo sinestetica (che attiva tutti i codici e coinvolge tutti i sensi) e performativa (che trasforma la percezione e fa entrare in relazione), perché tutto concorra al bene di coloro che amano Dio: la visione composta e lo sguardo orientato; il modo di proclamare la Parola e le preghiere; la musica e il canto; lo spazio architettonico e lo stile dei gesti; il profumo e lo stesso gusto. In questa prospettiva, il senso della vita non appare come un contenuto mentale che si colloca al di là della vita, ma come una relazione affidabile che, nella concretezza della vita, dischiude il senso ai sensi. L’esigenza estetica di una liturgia più epifanica è, evidentemente, al rischio del corpo: la promessa di un contatto immediato è insidiata dalla tentazione antropocentrica, che va alla ricerca della performance spirituale, allontanandosi da quella gratuità disinteressata che nella liturgia cerca solamente il Signore e l’edificazione della comunità. Nella stagione postmoderna delle gratificazioni istantanee è necessario vigilare perché i sensi del cor
po,
anziché essere finestre aperte verso l’Invisibile, non si riducano a funzionare come uno specchio che non riflette altro che se stessi.

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