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«Divorziati risposati, la mia vita dice: ha ragione la Chiesa»

© Robert Hoetink
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La testimonianza di una donna che cerca di restare fedele agli insegnamenti della Chiesa mentre si costruisce una vita con un nuovo compagno

Nel dibattito sull’accesso ai sacramenti per i divorziati risposati, si dimentica spesso coloro che, pur in una condizione oggettivamente disordinata, si sforzano di seguire la strada verso la santità indicata dalla Chiesa. Qui presentiamo una di queste testimonianze, quella di una giovane imprenditrice romana impegnata nel campo dell’innovazione tecnologica, che ci aiuta a comprendere come l’adesione all’insegnamento della Chiesa possa essere vissuto come educazione alla santità.

Quando le cose ci riguardano in prima persona, sembrerebbe più facile capirle. Invece, non è poi così vero. In un post apparso sul mio blog lo scorso 10 Marzo, ispirato dall’accesa polemica sui divorziati risposati, dal titolo “Divorziati risposati? Sposare la Chiesa e Dio, prima di chiunque altro”, provavo a dire la mia su una vicenda che mi riguarda in prima persona.

Da atea che ero, fino a quattro anni fa, con un’esistenza totalmente devota alla carriera, al successo, al denaro e al potere, a un certo punto, la mia vita è cambiata: subdolo spot in favore del  mio secondo libro appena uscito “Il Dio che Non Sono”. Per una serie di circostanze che non occuperanno lo spazio di questo scritto, avendo trovato fissa dimora in quasi 200 pagine di libro, tra il 2009 e il 2010 incontro la Chiesa cattolica che, per anni, avevo deriso, accuratamente evitato e bistrattato, scoprendomi ultima tra gli ultimi e sola tra i soli. Ma soprattutto, incontro Dio. Ne scopro col tempo l’infinita misericordia, la grandezza, la sorpresa, la fantasia, l’intelligenza, la pazienza, la bontà, l’accoglienza, la verità e la perfezione e, finalmente, inizio a capire che, se un Dio c’è, certamente non sono io. Premessa necessaria a quanto sto per dire.

Non è che, quando s’incontra Dio, rimane tutto come prima. Piuttosto, tutto cambia. Cambia senza remore, senza condizioni, senza mezzi termini e senza misura. Cosicché al profondo desiderio di Cristo ho donato il mio cuore e ho ricominciato a camminare. Quand’è così non c’è storia: in ogni cosa che fai, non puoi fare a meno di chiederti se Gesù avrebbe fatto lo stesso; ogni scelta assume un sapore diverso. Vivere così è vivere per il Cielo, e la sola cosa che oggi so, l’unica di cui m’importi veramente, è che per andare in Paradiso la strada è lunga e faticosa e la porta da cui passare è stretta. Ma c’è una ricompensa. E io voglio, fortissimamente voglio, quella ricompensa!

Come ogni Abramo che si rispetti, anche per me – nel 2012 – arriva il momento della prova, adeguato ai tempi moderni, s’intende. Come solo Dio sa fare, ne trova una perfettamente attinente alla storia della mia vita, contornata in un recente passato da infinite diramazioni di peccato variegato alla Nutella. In uno dei miei pellegrinaggi a Medjugorie, nel 2011, pensando al matrimonio, chiedo alla Madonna il dono di un uomo che avesse il 100% della fede e la cui aspirazione più profonda fosse quella di camminare, in questa vita, verso il Cielo. Anche se Maria sa bene quello che fa, io stento a capirlo quando, mesi dopo, incontro Marco: separato, due figlie, lontano dalla Chiesa. «Pessimo esordio – penso -, forse se avessi meglio precisato la domanda, tipo libero, senza figli o che so io …». Crisi di panico. Condizione inconciliabile. E se non fosse stato per Maria, sarebbe certamente rimasta tale. 

Qualcosa mi dice che potrebbe essere l’uomo della mia vita, quello che sognavo fin da bambina in cameretta ancora in preda al mito di Cenerentola, mentre il mio primo “vero” fidanzato a 8 anni portava l’apparecchio, ma tutto il resto non quadra. A un tale disastro si aggiungono i commenti, anche cattolici, di tanti amici che iniziano a suggerire suggestioni di vario tipo, tipicamente credibili, ma nel mio cuore profondamente false.

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