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Entrare nel rito per celebrare il mistero

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Dimensione Speranza - pubblicato il 01/04/14

Da parte della comunità c’è la frequentano (si esprimono così gli antichi Sacramentari) celebrativa del mistero per diventarne connaturali-partecipi e si pone in essere l’opus dell’umana redenzione e della perfetta glorificazione di Dio (cf. SC 6).

Con tutti questi termini ben precisi e di vita attiva, di vita a cui si dà una forma che viene a edificarsi ogni giorno nella logica di Dio creatore e redentore, la liturgia manifesta se stessa come risorsa data da Dio, come risorsa che fomenta le aspirazioni dell’umanità alla salvezza e risorsa sviluppante tutte le dimensioni dell’attività della Chiesa, incanalando alla finalità di esse, la comunione trinitaria.

Inciampo? Mi pare di sì per l’annaspare della nostra pastorale, nonostante i più potenti mezzi posseduti, allorquando Vactio pastoralis non rispetta l’actio liturgica del mistero rivelato, non asseconda la liturgica prassi della «teologia prima e piena» e la devitalizza in situazione di appelli forti, ma pur sempre mondani e in una pastorale costruita dalla nostra misura; ancor peggio se tale nostra misura ridotta sarà chiamata «sapienza pastorale»!

4. L’ACTIO LITURGICA PASTORALE COSTANTE DI EVANGELIZZAZIONE

Ascoltare la voce dei parroci, «pastori propri» nella cura d’anime (cf. Christus Dominus, n. 30), è importante. Vivendo all’interno della comunità cristiana concreta, incarnata e integrata nelle varie componenti della storia e delle attività e dimensioni ecclesiali, quale è la parrocchia, luogo di pellegrinaggio nella formazione alla fede, qui vi si scopre vitalmente il sensus fidei del popolo di Dio, dono soprannaturale che lo fa partecipe della funzione profetica di Cristo, attraverso la testimonianza di una vita di fede, di carità e di un sacrificio di lode (cf. Lumen gentium, n. 12).

Il parroco con il suo presbiterio, là dove esista, nel sapiente servizio ministeriale, sarà forma gregis, atto a non spadroneggiare sulle persone a lui affidate al fine di seguire il pastore supremo e ricevere la corona di gloria (cf. 1Pt 5,1-4); allo stesso co
mpito sono associati gli stessi laici che collaborano all’edificazione. «Non spadroneggiare» non altro è se non la cura attenta e responsabile a far sì che il dono della rivelazione permanga nel suo mistero con l’intensità con cui è ricevuto dalla Chiesa, così da porre la sua efficacia salvifica.

Il mistero cristiano non fa a meno dell’actio pastoralis, anzi ne assume la dimensione e ne esplicita la realtà sacramentale. Con san Tommaso possiamo ripetere che l’actio «ex plenitudine contemplationis derivatur» (2) e ciò ribadisce la ferma unità tra azione contemplazione così da non cadere nella rete dell’intellettualismo greco, il quale privilegia l’atto contemplativo come ratio superiora l’attraente mistero concettuale, un inciampo per la vita cristiana. Il vangelo è particolarmente chiaro: «Facere veritatem»:

«Chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio» (Gv 3,21).

La liturgia, fondata e posta in essere nella sua actio liturgica, sarà sempre risorsa, a partire dall’azione santificatrice di Dio Trinità e a partire dall’azione di culto del popolo di Dio che risponde alla vocazione e alla missione cristiana.

1) H.U. VON Balthasar, Gli stati di vita del cristiano, Jaca Book, Milano 1996,  p. 398.

2) St. Thomas Aquinas OP, Summa Theologica, II-II, Q.188, a.6

(da Rivista Liturgica, 97/1, 2010, pp. 158-163)

qui l’articolo originale

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azione liturgicaconcilio vaticano iimisteropastoralepreghiera
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