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Entrare nel rito per celebrare il mistero

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Dimensione Speranza - pubblicato il 01/04/14

Nelle grandi città alcune chiese del centro storico offrono questo servizio ecclesiale. La liturgia ha parte attiva all’evangelizzazione quando la si lascia produrre il suo frutto che è – riprendendo – il mistero celebrato-rituale, la cui celebrazione chiede una non facile sensibilità a cui formarsi con seria arte spirituale e, pertanto, autenticamente pastorale. Nella pastorale riduttiva la categoria di «evangelizzazione» si fa riferire solo alla catechesi e parte da qui la non chiarezza teologica e di sapienza che, creando confusione, non crea e non costruisce. L’orizzonte veritativo è sempre la comunità cristiana, per quanto «piccolo gregge» possa essere; è da essa come comunità cristiana-liturgica-celebrante vitalmente che può e deve partire la missione nel mondo; l’«andate in pace» (pace-eucarestia che è stata celebrata, non un augurio speranzoso di pace da cercarsi) ne dà il senso incisivo di grazia che ha già in sé la forza dell’adempimento. Ecco perché «andate in pace» è un mandato autoritativo missionario e non un semplice comunitario invito fraternizzante di simpatico coinvolgente ed educato saluto finale (tipo: «andiamo in pace»). Il percorso della prassi cristiana è esattamente questo, specie in tempi di perdita di fede:

«Perciò, lasciando da parte il discorso iniziale su Cristo, passiamo a ciò che è completo, senza gettare di nuovo le fondamenta: la rinuncia alle opere morte e la fede in Dio, la dottrina dei battesimi, l’imposizione delle mani, ia risurrezione dei morti e il giudizio eterno. Questo noi Io faremo, se Dio lo permette» (Eb 6,1-3).

L’Apostolo, ancor più in forza del tempo di crisi, ripropone la pedagogia divina: dall’adventus della pienezza all’inserzione nel mondo e nella carne dell’uomo. In termini semplicistici, il «dopo» realizzativo illumina il «prima»! Chi celebra la pienezza del mistero saprà di necessaria conseguenza conoscere che «non esaurisce tutta l’azione della Chiesa»:

«La liturgia non esaurisce tutta l’azione della Chiesa. Infatti, prima che gli uomini possano accostarsi alla liturgia, bisogna che siano chiamati alla fede e alla conversione… Per questo motivo la Chiesa annuncia il messaggio della salvezza a coloro che ancora non credono… Ai credenti poi essa ha sempre il dovere di predicare la fede e la penitenza» (SC 9).

Non è la settorializzazione della liturgia, ma la sua ampiezza di raggio educativo che diviene fecondità per altri, che diviene contenuto dell’altra «natura» della catechesi e dell’altra «natura» della testimonianza della carità: il non rimovibile carattere trino di unità e di distinzione. La portata di questa «pienezza», come apertura ed estensione maturante le altre esperienze di vita e di fede, appare evidente quando si plasma un fedele secondo una formazione di vita cristiana liturgica. Se sarà così, non si dovrà avere paura di fedeli che cadano nell’esteriorità, nel rubricismo o cerimonialismo perché l’intelligenza liturgica permette allo Spirito di parlare e di agire solo nel dinamismo che è a lui connaturale.

In tempi di difficoltà la ripresa va aiutata non con il ricominciare dal nulla o dal poco o da un’angolazione, ma dall’aprire ancora di più la profondità di una ricchezza che sì possiede e porre la scelta di vita dinanzi alla pienezza che viene offerta. La prima rivelazione del Cristo Signore fu posta nel segno pieno delle nozze e dei suoi elementi celebrativi: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela»; «"Riempite d’acqua le anfore"; e le riempirono fino all’orlo… Gesù manifestò la sua gloria, i suoi discepoli credettero in lui» (cf. Gv 2,1-12): inizia il percorso e l’impatto con una fede che ha molto da dire e da operare e, appunto, non lesina o frammenta la sua grande ricchezza. Essendo actio, nella liturgia exercetur l’opera della nostra salvezza (cf. SC 2): l’azione è instancabile esercizio/esercitazione del mistero di Cristo nella sua Chiesa.

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azione liturgicaconcilio vaticano iimisteropastoralepreghiera
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