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Entrare nel rito per celebrare il mistero

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Dimensione Speranza - pubblicato il 01/04/14

La ritualità liturgica pertanto, là ove inserita in un normale e sereno contesto di programmazione pastorale di una comunità cristiana attenta, rafforza integralmente la visione della fede, intesa come accoglienza salvifica. Nonostante la nostra «pastorale» ostinazione a celebrare messe e a favorirne la partecipazione ad ogni modo, in mille comodi orari, come mai non abbiamo «presa» e sentiamo sbriciolare la situazione sotto i nostri piedi in un secolarismo reclamizzato anche da nostre basse percentuali? Ed è allora che, per una possibile «ripresa», ci accalchiamo a parlare di evangelizzazione, relegandola però solamente all’aspetto dell’annuncio verbale o testimoniante caritativo e continuando a proporre la liturgia come un fatto ritualistico da fare, ma da cui non trarre una crescita integrale; appunto la liturgia non apparirebbe una risorsa evangelizzante e missionaria, ma forse un inciampo all’evangelizzazione stessa in quanto lasciata irretire nelle fronde del ritualismo.

La risorsa evangelizzante della liturgia si ha allorché essa si rispetti nella sua propria natura di celebrazione del mistero cristiano e si pongano in essere i suoi peculiari ed esclusivi elementi dì concreto culto «in spirito e verità» (cf. Gv 4,24). Mi pare di dover dire che quando si opera una commistione tra liturgia e catechesi e, in molte parti geografiche o di certi carismi ecclesiali o di formazione, questa commistione si giustifica a motivo di un andare incontro alla scristianizzazione o a un servizio di una più facile comprensione dell’elemento rituale, si ha un falso o fasullo e ingannevole miraggio pastorale.

La liturgia opera secondo la sua propria identità e così porta i suoi frutti; diversamente sarà, quando si commistiona, si verbalizza, si annacqua dalla sua forza specifica e integra. In un tempo e in una cultura del nostro oggi il rispetto dei diritti propri è richiesto in maniera forte, pur se nel modo spesso acquista i segni di una richiesta violenta e unilaterale; nel binomio inscindibile di pastorale e di cultura, sarà nostro dovere rispettare i diritti del mistero della nostra liturgia celebrata.

3. ACTIO PASTORALE E TEMPI DI EDUCAZIONE LITURGICA

I fedeli sanno apprezzare il vero cibo dello spirito e ne sanno valutare per la propria vita l’intima attrazione, se si mantiene la verità del dono celebrato e si offre come Cristo, unico e vero evangelizzatore con la sua Chiesa, che lo ripropone celebrativamente. Un inciampo pare essere un non motivato concetto e uso dell’«adattamento liturgico»: vera risorsa quando Io stesso adattamento è rispettato nel suo contenuto e nella sua forma, e non è strumentalizzato privatamente secondo una propria visione.

Siamo i servitori nella comunità, stando come «servi», nel senso letterale evangelico, di ciò che il Servo/Cristo ha consegnato. Ritornando un momento alla riflessione di H. U. von Balthasar citata sopra, bisogna chiedersi ancora se l’azione pastorale abbia di mira la psicologica assoluta immediatezza, per cui siamo appagati dall’aver fatto capire il messaggio magari «seduta stante», oppure affidarsi al percorso meno gratificante ma più profondo, e in qualche modo a noi sfuggente, della mediazione spirituale e culturale proposta dal mistero del culto cristiano.

L’«oggi» liturgico di Dio Trinità non è sicuramente l’immediato, come la nostra cultura mediatica ci impone o il «subito» che ha fatto il suo ingresso anche nei meccanismi ecclesiastici; è senza meno il lungo percorso di una mistagogia rispettosa e paziente, un culto come vera coltivazione che rispetta i temp
i che il pastore deve conoscere perché sa discernere. La liturgia è «inciampo», o detta con termine evangelico «scandalo», quando la si vuole ricondurre ai termini di efficacia mondana o mediatica; «pietra d’inciampo» non tanto per i fedeli, quanto per gli operatori pastorali a cui pare che la liturgia non dica nulla o poco: sarà cosa migliore porre le proprie energie in altro campo di attività o di attivismo!

Forse, come sempre, l’omelia può essere un termine esatto per ricomprendere la qualità della proposta cristiana e liturgica ed essere di esempio su quanto affermato. Un certo omileta si affida all’«oggi» della fede ed entra nell’agone dei problemi attuali, in un sferzante invito, forte, apologetico e negativamente moralistico. Un altro omileta coniuga con equilibrio la forte parola di Dio della celebrazione e rimane nell’interpellazione di Cristo alla comunità che si apre alla propria storia. Di certo l’impatto misterico del secondo esempio incide maggiormente sulla vita di formazione del cristiano e proprio oggi notiamo che tante persone sono in ricerca di quelle chiese dove si possa gustare la percezione di un equilibrio e di una serietà dell’intera vita liturgica e della profondità del messaggio biblico, al di là di facili emozioni di breve durata.

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azione liturgicaconcilio vaticano iimisteropastoralepreghiera
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