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Entrare nel rito per celebrare il mistero

© Public Domain
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La risorsa evangelizzante della liturgia si ha allorché essa si rispetti nella sua propria natura di celebrazione del mistero cristiano e si pongano in essere i suoi peculiari elementi dì concreto culto «in spirito e verità»

di Renzo Giuliano

1. ILLUMINATI DALL’ACTIO

L’actio pastoralis ha una sua connaturalità o analogia con l’actio liturgica, là dove in verità la liturgia è pensata, programmata e realizzata quale è: actio. Sempre utile tenere viva la riflessione del Vaticano II:

«Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche… Ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza e nessun’altra azione della Chiesa ne uguaglia l’efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado» (Sacrosanctum concilium, n. 7).

Notiamo semplicemente che la liturgia è: azione per eccellenza – azione particolare e somma – azione di pienissima efficacia sia di/in Cristo e di/nella Chiesa. Ancora, per rafforzarci:

«La liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia» (SC, 10).

Passo molto noto ma forse spesso trattato come uno slogan senza la sua ovvia conseguenza. Citazione di precisa indicazione:

«I pastori di anime devono vigilare attentamente che nell’azione liturgica non solo siano osservate le leggi che rendono possibile una celebrazione valida e lecita, ma che i fedeli vi prendano parte in modo consapevole, attivo e fruttuoso» (SC 11).

L’azione non concerne o rimanda solo al diritto esterno, quanto difatti responsabilizza sulla forza spirituale della partecipazione autentica, xin’actio come intrinseca fonte e culmine della participatio («partecipe»-«actio»).

2. ACTIO PASTORALIS COME DIGNITOSO RISPETTO DELLA NATURA PROPRIA
 DELL’ACTIO LITURGICA

Insisto su questo carattere pastorale di «azione» della liturgia in quanto, per esperienza, ho potuto ascoltare e vedere come la liturgia sia presentata, predicata, favorita nella dimensione di preghiera e spiritualità della Chiesa, senza rimarcarne la specificità rituale e sacramentale, a dire la sua «natura». Parrebbe che la differenza tra preghiera individuale e preghiera liturgica fosse solo, in quest’ultima, la presenza di una comunità. Tutto si perde in un’interiorità senza volto rituale e la ritualità liturgica sarebbe un espediente, una strumentazione per altro.

Qui seriamente possiamo parlare di inciampo da frattura irrisolvibile nell’azione pastorale, quando questa è compresa come offerta di verità della salvezza cristiana. Si smembra la novità dell’incarnazione cristiana. Impostazione errata di sacerdoti in cura d’anime e di uffici diocesani, anche liturgici, danno al «mistero» in Cristo la dimensione di tale interiorità psicologica o emotiva. L’azione pastorale deve confermare ancor più che la ritualità è chiave alla verità del mistero evangelico celebrato. Ciò che H.U. von Balthasar elice della vocazione cristiana in genere, vale per l’intrinseca mediazione rituale al mistero, che del resto è un’autentica e primaria vocazione:

«Non udiamo la voce di Dio altrimenti che mediata attraverso i veli della creaturalità. Cristo stesso, che è Dio, ci lascia vedere la sua divinità attraverso i veli della sua umanità, e anche i più intimi suggerimenti e impulsi dello Spirito Santo nella nostra anima che psicologicamente sembrano possedere un’assoluta immediatezza, considerati quanto all’essere sono trasmessi attraverso il medium della creaturalità. Ciò vale anche per la chiamata divina. Questo non significa però che da questa mediazione essa debba venir indebolita o diventi meno chiara e comprensibile. Così come per il credente la parola di Cristo ricevuta dal Padre, sebbene mediata creaturalrnente, conserva integrale chiarezza e perciò uguale forza di richiesta, anche la sua chiamata mediata dai mezzi mondani è inequivocabile» (1).

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