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Gli errori del New York Times sulla morte

Jeffrey Bruno

Stephen Herreid - Aleteia - pubblicato il 31/03/14

Abbiamo smesso di parlare dell'aldilà anche se la scienza ne offre delle prove

All'inizio di questo mese ho letto un articolo affascinante sul New York TimesThe Science of Older and Wiser, che offriva suggerimenti per far sì che le persone che invecchiano (tutti noi!) arrivino alla terza età nel modo più felice e armonioso possibile.

“Fin dall'antichità”, scrive Phyllis Korkki, “il concetto elusivo di saggezza è apparso in modo prominente nei testi filosofici e religiosi”.

All'inizio mi sono esaltato vedendo un autore sottolineare i “testi filosofici e religiosi” dell'“antichità”, ma man mano che leggevo l'articolo è emerso chiaramente che la Korkki non intendeva “visitare” questi testi, citando invece l'opera di psicologi risalente ad appena 50 anni fa o giù di lì.

La Korkki scrive che la saggezza “è una delle qualità più importanti che si possono avere per invecchiare bene – e per affrontare il declino fisico e la morte”, ma lavora con idee di saggezza puramente “scientifiche” e, ancora una volta, molto recenti. A suo avviso, la saggezza ha più a che fare con il “vivere bene”, presumibilmente durante la nostra vita mortale, che con il morire, ma mi sembra che mentre invecchiamo la nostra morte che si avvicina sia un fattore troppo importante per essere ignorato.

La saggezza ha avuto un ruolo importante nella mia educazione del college, dalle opere dei filosofi greci antichi e degli autori biblici ai pensatori moderni – perfino modernisti. L'autore del libro dei Proverbi scrive che “il timore del Signore è l'inizio della scienza”, e Platone arrivava tanto vicino quanto può fare un pagano a concordare con la Bibbia quando ha scritto che la saggezza inizia nella meraviglia.

Il concetto giudaico-cristiano di “meraviglia e timore” è ora considerato dai cattolici romani come uno dei “doni dello Spirito Santo”, una sorta di virtù soprannaturale. Cicerone disse una volta che studiare filosofia è “prepararsi a morire”, un tema ripreso secoli dopo da Michel de Montaigne, che cercò di addurre argomenti per spendere molto più tempo pensando alla morte di quanto facciamo noi.

In passato, molta più gente poteva concordare almeno su alcune questioni relative a religione e spiritualità. Se l'uomo di strada medio può avere ancora qualche nozione dell'aldilà, è difficilmente qualcosa di cui si possa parlare in compagnia. E anche quando di recente ho ascoltato un programma di un'ora intera sulla morte e il lutto su NPR, l'idea di un aldilà non è stata menzionata nemmeno una volta.

La morte è un argomento macabro, e poi cosa succederebbe se qualcuno nella stanza fosse ateo? Si potrebbe dare avvio a una discussione. La maggior parte di noi la mette quindi da parte fino a quando non deve affrontare la morte di una persona cara, e anche in quel momento ci facciamo un bel pianto e poi torniamo alla nostra abitudine di ridere nervosamente di queste cose e cambiare argomento.

Rapportarsi alla morte può essere tuttavia una grande fonte di comfort. Farci amici della nostra mortalità, per così dire, può evitarci di avere paura del buio. Durante il mio ultimo anno al College di Santa Maria Maddalena, dopo aver letto e studiato tradizioni religiose, letterarie e filosofiche occidentali (e orientali), ci siamo concentrati su alcune delle “superstar” scientifiche del XX secolo. Una di queste figure era quella del neuroscienziato ateo Wilder Penfield, che il mio professore descriveva come “per il Canada ciò che Albert Einstein è per gli Stati Uniti”. Penso che, con tutto il rispetto per l'approccio moderno e scientifico di Phyllis Korkki alle idee di morte e saggezza, faremmo meglio a iniziare dal padre della moderna neuroscienza anziché da un rappresentante della filosofia antica o da un patriarca biblico.

Nel suo libro The Mystery of the Mind, il dottor Penfield racconta la sua ricerca della “mente”, o “psiche” o “anima”. Cercando l'anima, era motivato almeno in parte dal desiderio di provare la sua non-esistenza. Noto esperto di cervelli, confidava nel fatto di poter scandagliare pienamente il cervello senza trovarci alcuna traccia di un'“anima”. Un pieno resoconto della coscienza umana che non desse conto dell'anima proverebbe una volta per tutte che la persona umana non è altro che la somma delle sue parti.

In uno dei passaggi del suo libro che colpiscono maggiormente, il dottor Penfield riferisce una serie di esperimenti condotti con un sistema che gli ha permesso di monitorare l'attività del cervello mentre lo manipolava. Con il cervello di un paziente cosciente esposto di fronte a lui, ha chiesto al soggetto di alzare una mano. Mentre il paziente lo faceva, il dottor Penfield ha osservato la parte del cervello che si è “illuminata” per inviare un messaggio alla parte del corpo che doveva essere attivata. Dopo che il paziente ha riabbassato la mano, quella parte del cervello si è rimessa a riposo. Penfield ha documentato il fatto che il paziente abbia descritto questo evento dicendo “Ho alzato la mano”, ma quando Penfield ha attivato artificialmente quella stessa parte del cervello e il paziente ha rialzato la mano, il soggetto ha descritto l'evento dicendo “Il mio braccio si è alzato”. Quando Penfield ha chiesto: “Hai alzato il braccio?”, il soggetto ha replicato: “No, non ho alzato la mano. Il mio braccio si è alzato da solo”.

Ciò che aveva scoperto Penfield è che esiste un “Io”, un agente che è autocosciente, ha una volontà e conosce la differenza tra le sue azioni e quelle del suo cervello. Anche quando il cervello e il corpo di una persona umana agiscono, l'agente umano conosce la differenza tra le proprie azioni e quelle imposte da un agente esterno. Il dottor Penfield ha scoperto che avviene lo stesso nei casi di epilessia, quando una persona riesce a ricordare dopo una crisi che non era lei a compiere i movimenti tipici di un episodio di epilessia, ma piuttosto il suo corpo non stava obbedendo alla sua mente. Essenzialmente, scoprendo che non c'è alcuna anima da trovare nelle parti che compongono il corpo umano, Penfield aveva scoperto che deve esserci un'anima.

Dopo questa scoperta, per lui molte cose hanno iniziato a prendere forma. Com'è possibile, ha riflettuto in seguito, che mentre il nostro cervello e il nostro cuore si deteriorano con l'età, la nostra mente cresce in saggezza? L'idea stessa di un anziano saggio assume l'esistenza di una mente o anima che diventa più forte e più agile mentre ogni indicatore fisico suggerisce che la persona umana sta diventando più debole, rigida e fragile.

La Korkki termina il suo articolo con questa nota malinconica:

“Il dottor Clayton afferma che c'è un punto nella vita in cui avviene un cambiamento fondamentale e la gente inizia a pensare a quanto tempo le resta più che a quanto tempo ha vissuto. Riflettere sul significato e la struttura della propria vita, ha affermato, può aiutare la gente a considerare gli spostamenti dell'equilibrio, e rimane molto meno tempo di quanto ne sia passato”.

Ma se mentre invecchiamo una parte di noi va “giù” mentre un'altra va continuamente “su”, cosa possiamo aspettarci che avvenga con la morte? Per le risposte a questa domanda, raccomando di ricorrere alle tradizioni “antiche” a cui si riferisce la Korkki all'inizio del suo articolo.

Stephen Herreidè attualmente Fellow presso il John Jay Institute di Philadelphia (Stati Uniti) ed editore artistico di Humane Pursuits. Ha collaborato a The Intercollegiate Review Online e ha contribuito con vari capitoli all'ultima edizione del Choosing the Right College dell'ISI.

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

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fede e scienzafine vitamortesaggezza

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