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I genitori possono essere colpevoli dell’odio tra i figli?

© Phineas H

Juan Ávila Estrada - Aleteia - pubblicato il 28/03/14

Alcuni figli possono suscitare l'avversione dei fratelli per la preferenza dei genitori, come è accaduto a Giuseppe, il figlio minore di Giacobbe

La scarsa consapevolezza di certi atteggiamenti al momento di esercitare la paternità/maternità fa sì che si generino comportamenti aggressivi e perfino istintivamente omicidi in molti giovani che si sentono paragonati o meno accuditi dai genitori rispetto ai fratelli. Quella rivalità propria tra i membri della nostra specie, la necessità di catturare l'attenzione, di essere amati e lodati da altri, ha generato in molti un desiderio represso di veder scomparire dalla faccia della terra quelli che ritengono dei rivali nella corsa all'affetto dei membri della propria famiglia.

La Sacra Scrittura ce ne offre un chiaro esempio: Giuseppe, il figlio minore e più amato di Giacobbe, si guadagna l'avversione dei suoi fratelli di fronte alla non dissimulata preferenza che suo padre aveva per lui, al punto da comprargli un bellissimo vestito che riempiva di risentimento gli altri figli che non sperimentavano lo stesso affetto da parte del patriarca (cfr. Gn. 37,3ss).

Possiamo quindi renderci conto del fatto che è all'interno della famiglia che possono covare i sentimenti più abietti di rivalità e di odio quando i genitori tendono inconsapevolmente a riversare la propria attenzione su uno dei figli a scapito degli altri, favorendo la nascita di un odio che può arrivare fino alla morte.

Questo tipo di sentimenti sorge anche quando, di fronte alla perdita di uno dei figli, i genitori dimenticano quello o quelli che sono vivi e che vogliono sentirsi amati allo stesso modo di quello che se ne è andato per sempre. Nessun essere umano accetta con facilità di rivaleggiare per l'affetto degli altri, e in questo gruppo rientrano anche i figli di una stessa famiglia.
Di fronte alla domanda errata che fanno alcuni, “Quale dei tuoi figli preferisci?”, i genitori rispondono in genere senza esitazione “Tutti, perché sono tutti miei figli”. Nella pratica quotidiana, però, si può scoprire che ciò che si può rispondere quasi in modo meccanico non è così scontato, e i figli non sono stupidi e se ne rendono conto. Alcuni atteggiamenti, alcune manifestazioni di affetto selettive e perfino l'attenzione che si riversa su qualcuno e non su tutti non passano inosservati ai giovani.

A ciò si aggiunge l'esperienza della nascita di un nuovo figlio che risveglia nell'altro o negli altri una gelosia irrefrenabile, perché se sono molto piccoli costa loro comprendere che il neonato richiede cure diverse da quelle richieste da chi, per via della sua età, può già fare da solo.

In questa situazione, ciò che conta è imparare a coinvolgere i fratelli nella cura e nell'assistenza del fratellino/sorellina appena si apprende la notizia della gestazione. Si devono sentire protagonisti, protettori, responsabili della nuova vita; devono capire che nella famiglia la rivalità per l'affetto non ha alcun motivo di esistere, soprattutto se i genitori stessi hanno capito questo enorme problema che si può profilare all'orizzonte.

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