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Vincent van Gogh e l’anelito del perfetto cristiano

© Public Domain

Giulia Spoltore - Aleteia - pubblicato il 26/03/14

Come può nascere un pittore in seno al calvinismo?
È noto come la cultura calvinista sia iconoclasta e ostacoli la rappresentazione del sacro attraverso l’immagine in quanto la considera una pratica idolatra. Tuttavia la cultura olandese non rinunciò a ricorrere all’immagine: gli stessi predicatori della scuola di Groninga ne facevano uso in virtù di due antecedenti:

– la lettura tipologica delle Sacre Scritture e quindi il rintracciare le immagini anticipatrici di Cristo nell’Antico Testamento.
– la tradizione nordica degli emblemi: una forma d’arte pittorico-verbale che cercava nel finito la rivelazione dell’Infinito, interpellando la natura come un libro al fine di trovare al suo interno tracce del divino.

Quest’ultimo è un modo di indagare la natura che prima di quegli anni Millet e alcuni altri esponenti della Scuola di Barbizon avevano adottato per le loro ricerche pittorico-filosofiche e non è un caso se van Gogh percepisce immediatamente la portata del contributo di Millet. Considerato dallo stesso Vincent “l’archetipo del credente”, un artista i cui dipinti hanno una qualità “evangelica”, un artista che “dipinge la dottrina di Cristo” senza dipingere apertamente soggetti biblici.


La metà degli anni ‘70 sono per van Gogh un periodo di fruttuosa conversione: prega con regolarità, riempe le lettere di citazioni bibliche, si riconosce missionario evangelico, legge ripetutamente l’Imitazione di Cristo, allora attribuita a Tommaso Da Kempis, Il viaggio del pellegrino del teologo e predicatore inglese John Bunyan. Tutti i segni di una ricerca continua, di una necessità permanente di conversione: Vincent incarna l’anelito del perfetto cristiano. In questi anni tra L’Aia e Londra il nostro Vincent studia e insegna la Bibbia. Il 1878 segna la fine della sua carriera di predicatore: considerato non idoneo, riceverà nel 1879 ancora un incarico da evangelista laico nella regione mineraria di Mons (attuale Belgio) per poi dedicarsi alla pittura in maniera definitiva.

Tuttavia la pittura è per van Gogh ancora una volta, un modo per vivere alla sequela di Cristo, scrive in una lettera piena di enfasi al pittore e amico Émile Bernard (1868-1941): “Cristo solo […] ha affermato come certezza prima la vita eterna, l’infinito del tempo, il nulla della morte, la necessità e la ragion d’essere della serenità e della dedizione. Ha vissuto serenamente, da artista più grande di tutti gli artisti, disdegnando marmo e argilla e colore, lavorando con la carne viva”. Sulla missione di Gesù aggiunge inoltre “Queste parole parlate [quelle di Cristo che annuncia il Regno dei cieli], che da gran signor prodigo non si degnava neppure di scrivere, sono una delle vette più alte – la più alta – raggiunte dall’arte che vi diventa forza creatrice, potenza creatrice pura.

La vera arte è quella di Cristo che modella gli uomini di viva carne (li converte), il pittore usa i suoi strumenti, cercando, alla luce del Vangelo, di trascendere il finito e di parlare agli altri uomini su modello evangelico.

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artecultura
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