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Carlo Urbani, un medico senza frontiere

© Public Domain

Àncora Editrice - pubblicato il 26/03/14

Da quel 29 marzo, abbiamo scoperto che per molti anni quel medico italiano, silenziosamente, aveva lasciato tracce di sé in buona parte del mondo, tra gli ultimi della terra, tra i poveri e dimenticati, quelli straziati dalla fame e dalla malattia, portando sollievo, medicinali e soprattutto il diritto alla salute. E si è saputo che Carlo Urbani nel 1999 aveva ritirato il Premio Nobel per la pace come presidente nazionale di Medici Senza Frontiere. Di tutto questo, in Italia, si sapeva poco o niente, ma da quel momento si è scritto e detto di tutto: un santo? Un eroe? Un missionario? Uno scienziato geniale? Un samaritano pronto a donare la vita per salvare quella degli altri?

Carlo Urbani era prima di tutto un Uomo, poi un Medico che faceva fino in fondo il suo lavoro. Quando si spense nell’ospedale di Bangkok, era ormai ai vertici dell’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità, come responsabile per il Sud-Est asiatico. Ancora qualche passo e sarebbe arrivato alla testa dell’Oms: avrebbe raggiunto non l’apice della carriera, ma per usare le sue parole, «il sogno di distribuire accesso alla salute ai segmenti più sfavoriti delle popolazioni».

Il modo in cui Urbani gestì l’emergenza SARS, in prima persona, con competenza e spirito umanitario, ha origini lontane: non fu un episodio, ma il risultato di una lunga maturazione professionale. Questo è il punto di partenza di Lucia Bellaspiga, giornalista di Avvenire, che nel libro “Medico senza frontiere. Ritratto di Carlo Urbani” (Àncora Editrice, 2013) racconta, partendo dalla morte del protagonista, il “prima” di Carlo Urbani: la sua vita di medico, quel lungo flashback costellato di scelte coerenti e coraggiose che ne hanno fatto un eroe vero, uno di quegli eroi del quotidiano che rendono ogni giorno la vita di qualche uomo meno dolorosa e il mondo un po’ più giusto. Nuove lettere di Urbani e alcuni resoconti di viaggio ritrovati in questi anni, insieme alle testimonianze di familiari, amici, colleghi e pazienti aiutano ad illuminare ulteriormente la figura di un uomo diventato famoso, sull’onda dell’emozione internazionale, per la sua “morte sul campo”, che però non è stata altro che la “logica” conseguenza di una vita spesa sempre e all’estremo per gli “ultimi”, da medico “senza frontiere” e da credente convinto che «il Padre buono mi ha offerto una vita ricca» (da una lettera del 1997).

A undici anni dalla sua scomparsa, Lucia Bellaspiga ripropone la figura di Carlo Urbani come un grande esempio di onestà, generosità, apertura, ascolto e rispetto dell’altro. Ripartendo dalle parole di Enzo Biagi, «Se i libri di storia del futuro hanno pagine ancora bianche da essere riempite, ecco, dovranno parlare del medico Carlo Urbani».

E’ così che mi sento in questo periodo: profondamente felice. L’unica angoscia è che tutto scorra troppo in fretta, e che poco mi resti tra le dita, immerse nella corrente della vita che mi scivola addosso. Mi chiedo cosa restituire, in cambio di quanto ricevo. Impegno sul lavoro, qualche sorriso regalato, una carezza quando capita, ma soprattutto un profondo senso di gratitudine. Ma non sono certo che basti».

Carlo Urbani – da una lettera del 2001

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Tags:
medici senza frontieretestimonianze di vita e di fede
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