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Basta con le critiche moraliste su Frozen

Disney

Aleteia - pubblicato il 26/03/14

I pregiudizi anti-Disney portano molti a non comprendere il grande messaggio di questo bel film

di Brian Brown

Non avevo intenzione di scrivere nulla su Frozen.

Anzi, non sarei nemmeno andato a vederlo al cinema. La tremenda campagna di marketing negli Stati Uniti mi aveva convinto che era una storia stupida su un pupazzo di neve parlante (è stato lì, ha fatto questo). Una critica positiva, però, mi ha fatto rendere conto che c'era qualcosa di più. Mia moglie e io siamo andati a vederlo; dire che ce ne siamo innamorati sarebbe un eufemismo, perché la gente oggi usa questa parola molto alla leggera. Credo che sia il miglior cartone animato che abbia mai visto (anche per i paesaggi e il suono, dall'architettura del castello di ghiaccio alla musica medievale corale. Quando è stata l'ultima volta che hai sentito questo tipo di musica in un cartone animato?)

Ho iniziato allora a vedere le stupidaggini che alcune persone religiose scrivevano su questo film. Dalla teoria della cospirazione gay (parlarne presupporrebbe darle qualche credito, cosa che non voglio fare) alla parte più seria: persone che criticano la canzone Let It Go perché difende l'individualismo. Alla sesta critica contro Let It Go non ce l'ho fatta più e sono scoppiato. Ho iniziato a pensare che nessuno aveva capito il film. Dovevo scrivere qualcosa, perché ci sono due cose che vanno dette.

Prima di proseguire la lettura, ad ogni modo, dovresti leggere la critica di Greg Forster, che parla dei forti valori morali del film. L'animazione Disney, come sai, sta smettendo di esistere. Quelli della Pixar stanno monopolizzando sempre più il settore (e la maggior parte di loro non sono hollywoodiani tipici, come si vede in film come WALL-E e Gli incredibili). John Lasseter, pilastro della Pixar, dirige ora Disney Imagineering ed è stato il produttore esecutivo di Frozen. Non commettere quindi l'errore di collegarlo alla tradizione Disney di film sovversivi.

“La tradizione Disney di film sovversivi”. Si tratta di questo.

La prima cosa da dire è che i cristiani in particolare, e non solo quelli fondamentalisti, sono ormai da tempo sempre più scontenti dei film Disney. La Sirenetta era poco vestita, Il gobbo di Notre Dame trattava male i sacerdoti, Pocahontas era panteista. Molti film mostrano i protagonisti che praticano la magia. La lista è lunghissima (ovviamente questa lista fa parte di una tradizione ancor più lunga che consiste nell'esigere una totale assenza di aspetti negativi in un film più che la presenza di aspetti positivi, in parte perché “si suppone” che i cristiani vadano a vedere solo film “puliti”, sicuri e onorevoli).

La Disney ha realizzato da sempre i migliori film di animazione – quasi da quando esiste l'industria cinematografica – e ha plasmato molti grandi valori e ricordi nella mente dei bambini. Ci sono però alcune lamentele legittime dei genitori sulla lista, soprattutto perché sono film per bambini che hanno un effetto sull'impressionabile gente giovane.

Come millennial cresciuto con questi film, ad ogni modo, credo che i nostri genitori si arrabbiassero per molte cose sbagliate e dimenticassero il modo più chiaro in cui la Disney stava influendo sui bambini. Mentre mamma e papà erano preoccupati di cose che erano normali (come il fatto che Ariel si vestisse come una sirena o che un'indiana americana adorasse la natura) o che facevano normalmente parte dei racconti di fate (la magia), la Disney stava instillando in noi un sistema di valori apparentemente troppo sottile perché lo avvertissero.

Quasi tutti i film Disney per decenni ci hanno insegnato sempre lo stesso principio morale. In vari contesti, sembrava che l'amore fosse un sentimento che doveva trionfare a ogni costo. A un livello più di base, ad ogni modo, il messaggio era “ciò che devi fare è sempre seguire il tuo cuore”. Disney non ha fatto di noi streghe o panteisti, o nuotatori nudisti, ma ci ha insegnato a non valorizzare nulla al di là dei nostri desideri (a dire la verità, molti dei nostri genitori rafforzavano questa tendenza).

Abbiamo imparato bene la lezione, come mostrano i fidanzamenti in serie, i filarini di adolescenti, la fobia dell'impegno e i punti di vista sulla politica pubblica matrimoniale della mia generazione.

Dopo tutto, Ariel, Aladino, eccetera facevano tutti ciò che sentivano; perseguivano i propri sogni, i propri interessi amorosi… Respingevano i propri genitori. Abbandonavano le proprie tradizioni e i loro paesi. Per questo, Ariel ha venduto la sua anima al diavolo. E… vissero tutti felici e contenti.

Questo mi porta alla seconda cosa che ho deciso di dire: quanto a questo e a molti altri temi, Frozen è il cartone animato più anti-Disney che abbia mai visto.

Quello che ho visto in Frozen rappresenta un cambiamento radicale rispetto ai film di animazione con cui sono cresciuto – forse è un cambiamento, se si manterrà nei film futuri.

Sì, la canzone di Elsa Let It Go ricorda molto la vecchia scuola Disney; io, io, io e nessun altro. Anche la decisione di Anna di innamorarsi in quattro secondi e mezzo e di impegnarsi nel matrimonio in tre minuti.

Ma il film non finisce qui.

Dire che queste cose sono l'aspetto principale della pellicola è come dire che il punto principale de “Il Signore degli Anelli” è che una persona non dovrebbe passeggiare nei boschi perché sono molto pericolosi.

Tutta la trama del film è invece costruita sulla base dei due personaggi che “disimparano” questi luoghi comuni della moralità Disney.

Anna si rende immediatamente conto del fatto che seguire il proprio cuore senza curarsi delle conseguenze può avere ripercussioni terribili, e impara, in quella che probabilmente è una grande separazione dalla tradizione Disney, che il suo “amore vero”, il suo sentimento, non aveva senso, e che l'amore è mettere le necessità dell'altro davanti alle tue.

Per sottolineare questo punto, il sorprendente finale della storia capovolge tutti i racconti di fate della Disney e li sostituisce con un atto degno di un vero racconto di fate. Non credo che questa sia solo una risorsa argomentativa accidentale. Una bambina che cresce con quelle bambole nel letto anziché le vecchie principesse Disney ha un potente punto di riferimento nella sua immaginazione su ciò che è l'amore (e su ciò che non è). E questo è proprio quello che si suppone dovrebbe darle un racconto di fate.

Quanto a Elsa e a Let It Go, Elsa passa la prima metà del film scegliendo tra due estremi. Per la maggior parte della sua vita sceglie il primo: nascondere il suo potere per non fare danni. È l'opposto rispetto al punto di vista iniziale di Anna: non amare in assoluto (o almeno non dimostrarlo), perché la gente potrebbe esserne danneggiata.

Nella canzone, scartata la prima scelta, sceglie la seconda: seguire la propria stella e fare ciò che vuole. Quanto all'amore, in realtà è la stessa scelta: non permettere che la gente entri (solo che ora lo fa per se stessa anziché per Anna).

Il resto del film è il processo in cui Elsa affronta una terza scelta: imparare a canalizzare ciò che può fare a favore degli altri e imparare che l'amore è aiutare, non semplicemente evitare di fare danni.

La sua accettazione di ciò che è non arriva sotto forma di fare ciò che vuole, o di costringere gli altri ad accettarla. Deriva dall'assumere la responsabilità sia di sorella che di regina, ottenendo l'accettazione attraverso la sua dedizione e usando i propri poteri per portare allegria e bellezza alla vita di coloro che la circondano. Il suo invito ai sudditi nel cortile reale alla fine del film è un discorso potente: lascia che la gente entri nel suo cuore e le offre ciò che possiede.

L'effetto finale è una storia di una complessità e di una verità morali che sbaraglia tutto ciò che Disney ha fatto finora, ma è molto di tradizione Pixar (forse anche al di sopra della media).

La gente che andrà a vederla senza pregiudizi anti-Disney vedrà ciò che ho visto io: un film che fa pensare, per 100 minuti gloriosi, che i grandi racconti di fate non sono ancora morti.

Brian Brown è un consulente di crescita organizzativa specializzato in strategie sociali. Aiuta le persone a mettere su la propria impresa, organizzazione non profit o campagna capitalizzando le relazioni umane e la tecnologia. È senior editor di Humane Pursuits. Si può seguire su Twitter @BrianBrownSF.

[Traduzione di Roberta Sciamplicotti]

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