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Referendum Veneto: sì all’indipendenza

AFP PHOTO / ALBERTO PIZZOLI
ITALY, Rome : The president of the Veneto region, Luca Zaia gives a press conference on the vote for the independence of the region, on March 19, 2014 in Rome. Italians in Venice and its surrounding region are voting this week on whether to break away from rest of the country and form their own state. The online vote, organised by local independence parties, is not legally binding but aims to galvanise support for a bill calling for a referendum on whether the region of Veneto should split from Italy. The new Republic of Veneto would be inspired by the ancient Venetian republic -- a rich economic, cultural and trading power which existed from the 7th century until its fall to Napoleon in 1797. AFP PHOTO / ALBERTO PIZZOLI
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Al di là della conta dei voti effettivi, resta la presa di distanza dallo Stato centrale

Due milioni oppure no, tuttavia i voti per il referendum online sulla secessione del Veneto dal resto della Penisola un peso ce l'hanno: quello di riproporre il tema dell'insofferenza del nord dell'Italia verso Roma "ladrona" e gli sprechi e la disaffezione nei confronti dello Stato centrale.

 

Il referendum online per l'indipendenza del Veneto dall'Italia ha registrato 2 milioni 360mila 235 voti, pari al 73% del corpo elettorale regionale. I sì sono stati 2 milioni 102mila 969, pari all'89%, i no 257.276 (10,9%). Sono i numeri della consultazione comunicati in piazza dei Signori a Treviso dai promotori del referendum, il movimento venetista 'Plebiscito.eu'.

 

I dati non sono verificabili e hanno suscitato un certo scetticismo. “I dati vanno presi con ampio beneficio di inventario”, dice Stefano Allievi, docente di sociologia all’Università di Padova. E cita esempi di voti “moltiplicati”, casi di gente che “ha votato più volte”, altri che l’hanno fatto “sotto falsa identità”. Il sistema, del resto, deve avere avuto qualche falla se in tanti sono riusciti a esprimere il loro voto magari facendolo da regione fuori dal Veneto, dal resto di quell’Italia della quale il comitato dichiara “non riconoscere più la sovranità” (La Stampa.it 22 marzo).

 

Resta però il significato sotteso alla consultazione, che non va trascurato. Anche perchè, nota il sociologo Ilvo Diamanti (Repubblica.it 24 marzo) "rivela sentimenti estesi. In misura magari non 'plebiscitaria, come quella dichiarata dai 'venetisti' ma, tuttavia, maggioritaria".

 

Lo conferma un sondaggio di Demos condotto presso un campione rappresentativo di elettori veneti il 20 e 21 marzo. Sebbene la partecipazione al referendume ne esca ridimensionata, nell’insieme, la maggioranza degli elettori (compresi nel campione) si dice d’accordo con l’ipotesi che “il Veneto diventi una repubblica indipendente e sovrana”. Circa il 55%. Mentre i contrari sono poco meno del 40% (Repubblica.it 24 marzo).

 

La crisi economica ha accentuato il risentimento verso il ceto politico e la burocrazia centrale e quindi il segnale del referendum, secondo Diamanti, va preso sul serio, ma anche interpretato correttamente. In-dipendenza significa, infatti, “non dipendenza”. E, dunque, autonomia. Autogoverno. Non necessariamente “secessione”. Ne danno conferma le opinioni circa il modo migliore “per sostenere gli interessi del Veneto”. La “piena indipendenza del Veneto” è sostenuta da una quota ampia, ma non superiore al 30% (Repubblica.it 24 marzo).

 

Tra l'altro va notato come gli "indipendentisti" non si rifacciano più a un concetto immaginario come la Padania o geografico ma non del tutto determinato come "Nord" o "Nordest": per storia, economia, identità e interessi, infatti, è sempre più difficile tenere insieme il Veneto con il Piemonte, la Lombardia e lo stesso Trentino Alto Adige. Treviso con Milano e Bolzano. La “questione Veneto”, oggi, conta più di quella “settentrionale”. E affievolisce il Nordest (Repubblica.it 24 marzo).

 

E c'è un'altra questione da considerare: il confronto di questo desiderio di indipendenza con altre situazioni europee come la Catalogna o la Scozia proprio degli ultimi giorni. "Dopo Spagna, Regno Unito e Belgio, l’Italia sembra avviata ad essere la quarta grande nazione dell’Europa occidentale a rischio scissione. Non è un’assoluta novità, il paese ha già affrontato nazionalismi interni, anche violenti come in Südtirolo e in Sardegna, risolti ampliando le autonomie delle regioni, ma ciò è successo molti anni fa e oggi è (quasi) dimenticato. Sembra invece essere il turno del Veneto. Nell’indifferenza della politica nazionale, il nazionalismo veneto ha compiuto un salto di qualità" (ilfattoquotidiano.it 23 marzo). Il movimento regionalista, cioè, sembra più coeso e abbandonati gli aspetti folkloristici dello stile leghista, è invece promotore di un convinto europeismo.

 

Secondo gli osservatori più attenti, occorre, soprattutto in tempi di difficoltà economica, prendere atto di queste realtà e iniziare a farci i conti. L’unica risposta che può frenare le spinte centrifughe sembra allora "riequilibrare i rapporti tra Stato ed enti locali, in modo da dare a tutte le regioni e gli enti locali, maggiori e pari autonomie decisionali, secondo il principio (fondante dell’Ue) di sussidiarietà" (ilfattoquotidiano.it 23 marzo).

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