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Marie Collins, una vittima degli abusi nella Commissione vaticana antipedofilia

AFP PHOTO / ANDREAS SOLARO

ITALY, Rome : Irish Marie Collins speaks to the press before a press conference ahead of the "Towards Healing and Renewal", a symposium for Catholic bishops on February 3, 2012 in Rome. The symposium on seuxal abuse of minors will take place at the Pontifical Gregoriana university of Rome from February 6 to 9, 2012. AFP PHOTO / ANDREAS SOLARO

Roberta Sciamplicotti | Aleteia | Mon Mar 24 2014

“Non si può cambiare se la voce di chi ha subìto abusi non è ascoltata”

“Non si può cambiare se la voce di chi ha subìto abusi non è ascoltata”. La pensa così Marie Collins, irlandese, vittima di abusi sessuali da parte di un sacerdote quando aveva 13 anni e che ora è stata nominata da papa Francesco nella nuova Commissione per la tutela dei minori istituita proprio contro il fenomeno della pedofilia.

La Collins dice di essere onorata della nomina ma anche di sentire “il peso della responsabilità e della storia”, perché “non è scontato che la Chiesa chieda a una vittima della pedofilia dei preti aiuto per migliorare la protezione dei minori” (La Repubblica, 23 marzo).

In un'intervista telefonica, la signora irlandese ha spiegato che “era giusto e doveroso arrivare a chiedere esplicitamente l’aiuto delle vittime”, definendolo “un passo decisivo”. Compito della Commissione, ha ricordato, è “che si arrivi, se i casi di abuso sono accertati e la vittima consente, alla denuncia alle autorità civili”.

“Questo passo è decisivo”, ha sottolineato la Collins. “Io ho sofferto non solo per gli abusi, ma anche per le coperture che alcune gerarchie nella Chiesa diedero al mio molestatore. Non ero creduta. O comunque dicevano di non credermi. Fu terribile”.

La politica di rigore contro la pedofilia nella Chiesa, ha osservato, ha avuto un grande impulso con Benedetto XVI, che “ha fatto molto. Con Francesco questa spinta verso, finalmente, una politica della non copertura e della verità è perseguita ulteriormente e mi sembra con grande vigore”.

La Collins ha confessato come sia stata “dura” mantenere la fede nonostante tutto. “Avevo 13 anni quando subii gli abusi. Ero ricoverata in un ospedale e un giovane prete abusò di me più volte. La sera le sue mani mi violentavano e il mattino mi offrivano l’ostia. Capivo che le sue azioni erano sbagliate, ma ero confusa e iniziai a pensare che era colpa mia. Poi, dopo tante sofferenze, la depressione, mi sposai. Fu dopo il matrimonio che presi coraggio e parlai con un sacerdote di quanto accadutomi. Ma nessuno mi credeva. I superiori del mio molestatore arrivarono a proteggerlo contro ogni evidenza. Fu soltanto venticinque anni dopo che le autorità civili incriminarono quel sacerdote. In seguito anche la Chiesa ammise le sue colpe. Solo dopo questa condanna dentro di me qualcosa anche nei confronti di Dio e della religione è cambiato”.

Due anni fa, Marie Collins ha aperto il simposio internazionale dell’Università Gregoriana “Verso la guarigione e il rinnovamento” raccontando il suo dramma. “Sebbene sia avvenuto oltre cinquant’anni fa, è impossibile da dimenticare e non posso mai sfuggire ai suoi effetti”, ha confessato in quell'occasione (Corriere della Sera, 23 marzo).

“Ero malata, ansiosa e per la prima volta lontana da casa e dalla famiglia. Mi sentii molto sicura quando il cappellano cattolico dell’ospedale mi si fece amico: mi visitava e mi leggeva qualcosa la sera… Quando cominciò ad armeggiare sessualmente con me, affermando all’inizio che era per gioco, fui scioccata e resistetti, dicendogli di fermarsi. Ma lui non si fermò” (Il Fatto Quotidiano, 23 marzo).

La decisione di papa Francesco di nominare una vittima nella Commissione contro la pedofilia “è una di quelle notizie che fino a qualche anno fa sarebbe stata considerata fantascienza” (La Stampa, 23 marzo). La Commissione per la tutela dei minori contro il fenomeno della pedofilia è per il momento composta da quattro uomini e quattro donne, in rappresentanza di vari Paesi. Oltre alla Collins e al cardinale statunitense Seán Patrick O’Malley, arcivescovo di Boston – che ha intrapreso un'azione decisa contro la pedofilia da parte dei membri della Chiesa nella sua arcidiocesi travolta dagli scandali -, ci sono la francese Catherine Bonnet, l’inglese Sheila Hollins, il giurista italiano Claudio Papale, docente di Diritto canonico, l’ex-ambasciatrice polacca Hanna Suchocka e due gesuiti della Gregoriana: l’argentino Humberto Miguel Yanez, direttore del Dipartimento di Teologia morale, e il tedesco Hans Zollner, preside dell’Istituto di Psicologia. Si tratta dei primi otto membri, perché ne verranno designati altri dalle varie aree geografiche del mondo.

Le nomine per la Commissione sono giunte il 22 marzo, e ora gli otto dovranno definire competenze e funzioni dell'organismo, la cui finalità è quella di consigliare il Papa e la Santa Sede sulle norme anti-pedofilia e sulla cura pastorale delle vittime.

L'attenzione di papa Francesco alle commissioni cardinalizie e non sembra corrispondere “a un’obiettiva perdita di centralità della Curia e in prospettiva – se non altro potenzialmente – a una sua decisa messa in mora. Perlomeno per ciò che la Curia è stata fino ad oggi: vale a dire quell’insieme di organi di governo ordinati in modo rigidamente gerarchico al proprio interno, in genere ognuno sotto la guida continuativa di un cardinale stabilmente residente a Roma, con il monopolio della guida dei diversi settori in cui si esplica l’azione della Santa Sede e della Chiesa universale. Una secolare, collaudata burocrazia, strumento primo del potere pontificio ma di fatto, come accade per tutte le burocrazie, detentrice in proprio di un potere rilevantissimo” (Corriere della Sera, 23 marzo).

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