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Il dovere etico dei commercialisti

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mons. Bruno Forte - Il Sole 24 Ore - pubblicato il 24/03/14

La ricerca del bene comune deve guidare tutte le professionalità

Conosciuto dai più come il consulente fiscale, il dottore commercialista è in realtà chiamato ad 
avere competenze molteplici: dalle materie commerciali a quelle economiche, dalle finanziarie e 
tributarie a quelle di ragioneria.

Rientrano nell’ambito della sua professione attività quali l’amministrazione e la liquidazione di  
aziende e di patrimoni, perizie e consulenze tecniche, ispezioni e revisioni amministrative, la 
verifica in merito all’attendibilità dei bilanci delle imprese e di enti pubblici e privati, le funzioni di 
sindaco e di revisore dei conti in società commerciali, enti non commerciali ed enti pubblici. Quale 
responsabilità etica comportano queste variegate competenze? La risposta non può che partire dal 
fatto che l’attività del commercialista riguarda non solo gli interessi del cliente, ma anche e 
propriamente quelli della collettività: si potrebbe affermare che suo compito specifico è mediare in 
maniera corretta fra interessi pubblici e privati, non contrapponendoli, ma commisurandoli, affinché 
il bene comune sia effettivamente il bene dei singoli, e questo sia a sua volta finalizzato al bene di 
tutti. La logica che veda nel commercialista soltanto l’alleato del contribuente contro il fisco è 
senz’altro miope e perdente per tutti. In concreto, allora, l’etica del commercialista non può non 
tener conto di questi tre criteri fondamentali: il dovere morale di ogni cittadino di contribuire al 
bene comune; l’esigenza etico-sociale che questa contribuzione sia equamente distribuita; 
l’affidabilità delle garanzie offerte da chi governa e dal quadro economico-politico generale circa il 
buon uso del denaro pubblico.
Che contribuire al bene comune sia un preciso dovere morale dovrebbe essere un’evidenza: come 
tutti hanno il diritto di beneficiare dei servizi pubblici, così ciascuno in rapporto alle proprie 
possibilità deve contribuire ai costi che essi comportano. Dove l’equilibrio fra servizi e risorse fosse 
minato da una parte o dall’altra, ci troveremmo di fronte a forme di assistenzialismo o 
all’enfatizzazione anarchica dei diritti di alcuni. Il "bene comune" si realizza precisamente 
nell’offerta il più possibile adeguata dei servizi, supportata da una partecipazione alla spesa che sia 
responsabile e commisurata alle possibilità di ciascuno. In questo senso, l’evasione fiscale è un furto 
al bene di tutti, una colpa morale frutto di egoismo e di avidità, negazione di quell’esigenza di 
solidarietà verso gli altri, specie i più deboli, che deve regolare la società e l’impegno dei singoli. In 
riferimento al Decalogo – grande codice della coscienza morale universale – chi evade le tasse 
trasgredisce il comandamento "Non rubare!", con l’aggravante di farlo a discapito soprattutto dei più
deboli e bisognosi. Questo il dottore commercialista ha il dovere di tenerlo sempre presente e di 
ricordarlo con rispetto a chiunque gli si rivolga per valersi delle sue competenze. In questa luce, la 
responsabilità etica del commercialista assume una valenza perfino testimoniale rispetto ai doveri 
verso il bene comune, cui a nessuno è lecito sottrarsi.
Un secondo principio da richiamare è che il contributo dei cittadini al bene comune deve essere 
equamente distribuito: l’equità va misurata secondo parametri oggettivi e soggettivi. Ai primi 
appartengono le urgenze congiunturali: dove il bene comune è minato da una crisi socio-economica 
generale – come sta avvenendo nel "villaggio globale" e nel nostro Paese in particolare – è giusto 
che sacrifici siano fatti e ricadano su tutti. Sul piano soggettivo, tuttavia, essi vanno commisurati 
alle effettive risorse e possibilità di ciascuno: chiedere a tutti lo stesso prezzo secondo un criterio di 

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bene comuneeticatasse
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