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C.S. Lewis: una conversione sotto forma di opera teatrale

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Aleteia - pubblicato il 23/03/14

Le motivazioni scientifiste per le quali lo scrittore arrivò al cristianesimo

di Ignacio Pérez Tormo

C. S. Lewis è uno degli scrittori del XX secolo che ha trasmesso con più acume l’esistenza di Dio alle persone atee. Non l’esistenza di un dio in generale, ma di questo-Dio-in-concreto, che conosciamo perché ha voluto rivelarsi al suo popolo.

Lo scrittore britannico si convertì al cristianesimo ma non arrivò a entrare nella Chiesa di Roma. Dopo aver accolto la fede cristiana, si unì alla Chiesa d’Inghilterra.

Non voleva dare consigli ai cristiani su quale delle confessioni cristiane fosse la più giusta. Di fatto, le citava sempre in ordine alfabetico. “Queste acque sono troppo profonde per me, ho più bisogno di essere aiutato che di aiutare”, disse in un’intervista radiofonica.

Lewis si è convertito sulla base di motivazioni scientifiste. L’esposizione che il prolifico scrittore fa dello scientifismo prende la forma di un’opera teatrale:

Nel primo atto, piuttosto austero, non c’è nulla, il vuoto.

Nel secondo, per una lunga catena di casualità della materia in movimento sorge un piccolo sussulto di vita. Poi, sempre per casualità, la vita diventa più complessa, appaiono vegetali e animali vertebrati.

Nel terzo, un essere curvo, non molto attraente, trema, è pieno di paura e solitudine ed è poco promettente.

Nel quarto, questo essere si è alzato e può utilizzare le mani, prende oggetti e scopre la proprietà e il furto, è uscito dalle caverne e ha imparato a dominare la natura. Inventa il controllo della natalità, la psicoanalisi e il comunismo (sic) per conservare quei privilegi della sorte e allontanare la tristezza e la paura.

A questo punto abbandoniamo la parabola perché è sufficiente per continuare (Lewis prosegue fino a un nuovo ripiegamento della materia).

Il nostro autore si interroga sul perché gli si chieda di basare le sue convinzioni sulla ragione se questa non ha un fondamento in una ragione maggiore della sua (parla della Ragione Universale), ma la sua base è la casualità.

Constata rapidamente la contraddizione razionalista: gli si chiede di accettare ciò che gli dice la ragione e di respingerla allo stesso tempo, perché la sua testimonianza è una casualità. Se l’universo intero non ha senso e non c’è un’Intelligenza previa, non si può essere mai arrivati fino a qui nel proprio ragionamento perché si fa parte dell’universo, e quindi la propria ragione non ha senso.

C.S. Lewis o come uno scrittore deve il proprio stile al contenuto che tratta

“Se scrivo del cielo, ogni frase deve avere l’aroma del Cielo”, si legge ne “Le cronache di Narnia”.

C.S. Lewis, autore di questo libro, ha accettato all’inizio la fede cristiana solo per consenso intellettuale, ma in seguito ha sperimentato un cambiamento più profondo e ha intrapreso un intenso compito di trasmissione del Vangelo, cercando di arrivare al maggior numero possibile di persone.

Ha modificato il suo stile di scrittura mediante l’uso di un linguaggio più accessibile alla maggioranza, ma, come spiegava, aveva un certo limite perché ogni stile comporta sempre un determinato contenuto. Forma e sostanza sono inseparabili. “Se scrivo del cielo, ogni frase deve avere l’aroma del Cielo”.

Un buon esempio delle costruzioni dello scrittore britannico è l’argomentazione sull’esistenza di Dio e la speranza del Cielo. Se pensiamo che Dio esista e che possiamo andare in Cielo, è perché esiste davvero e abbiamo realmente quella possibilità, perché se così non fosse non avrebbe neanche senso pensarlo.

Detto in altre parole: se c’è un dibattito tra atei e cristiani sull’esistenza di Dio è perché Dio esiste, altrimenti non ci sarebbero atei né cristiani… e molto meno l’oggetto del dibattito. Questa argomentazione viene raccolta in varie opere dello scrittore con piccole variazioni. Nella raccolta di interventi radiofonici di Lewis alla BBC pubblicata con il titolo

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clive staples lewistestimonianze di vita e di fede
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