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Nel lavoro “l’uomo della crisi” può riscoprire la propria sovranità

© ZURIJETA / SHUTTERSTOCK

Emanuele D'Onofrio - Aleteia - pubblicato il 22/03/14

La crisi del lavoro in che modo si ripercuote sulla famiglia?

Felice: Io distinguerei due aspetti del problema. Il primo riguarda la difficoltà di conciliare il tempo dedicato al lavoro e il tempo dedicato alla famiglia. Questo aspetto va affrontato attraverso le istituzioni, che sostengono la famiglia. Quando parlo di istituzioni non mi riferisco solo allo Stato, ma a tutto quello che gli individui stessi riescono a costruire, per il bene loro e del loro prossimo. Quindi le istituzioni possono essere di natura privata o di natura pubblica: sono associazioni, sindacati, scuole, tutto ciò che sta tra l’individuo e lo Stato. Allo Stato spetta il grande compito di stabilire le regole del gioco e di farle rispettare. In questo senso, dunque, la conciliazione tra il tempo del lavoro e il tempo della famiglia è fondamentale: una nuova cultura del lavoro prevede anche una nuova cultura del tempo libero, del tempo dedicato alla famiglia, che poi si deve tradurre in regole. L’altro aspetto del problema invece è tipico dei momenti di crisi: il rapporto tra il lavoro che non c’è e la famiglia. Quando il lavoro non c’è la famiglia soffre per ragioni materiali, ma anche per ragioni intangibili, psicologiche. Il lavoro che manca significa assenza di reddito, ma anche di opportunità per la famiglia, depressione, crisi, dignità non riconosciuta: la dignità c’è sempre, ma il lavoro ci consente di riconoscerla e di far sì che essa sia riconosciuta dall’esterno. Tutto questo può ammazzare una famiglia, oltre che ammazzare fisicamente una persona. Di nuovo, il ruolo delle istituzioni è di guidare queste situazioni difficili: penso in primis alla scuola, alle università, ai sindacati, a tutti coloro che possono dare una mano, anche in termini di sostegno psicologico a chi momentaneamente il lavoro non ce l’ha. Però, attenzione, l’obiettivo non è quello di assistere una persona, ma di sostenerla per renderla di nuovo abile, attiva e capace di riposizionarsi nuovamente sul mercato del lavoro. E’ qui che interviene il soggetto fondamentale, quando si parla di lavoro: l’istituzione che il lavoro lo crea e lo rende disponibile, cioè l’impresa. Il lavoro non è un’entità metafisica che lo Stato oggettivizza: il lavoro è domanda e offerta di beni e servizi che necessitano di un’istituzione che li produca. Quindi c’è bisogno dell’impresa, e cultura del lavoro significa in prim
is cultura imprenditoriale: scoprire nuove opportunità, nuovi mercati, posizionarsi nel modo più efficiente, essere sempre più competitivi. Tutto ciò la Dottrina Sociale della Chiesa lo riconosce da decenni, e noi con il nostro lavoro cerchiamo di renderlo diffuso nella coscienza dei cristiani.

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lavoro
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