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Terre D'America - pubblicato il 20/03/14

“Il geniale pensatore rioplatense”che “ci ha aiutati a pensare”. Così, di recente, Papa Francisco ha ricordato il filosofo uruguayano Methol Ferré. In uscita un libro in italiano

di Guzmán Carriquiry Lecour 
Segretario Pontificio Consiglio per l' America Latina

“L’America Latina del XXI secolo”, la lunga intervista al professore uruguaiano Alberto Methol Ferré del giornalista italiano Alver Metalli pubblicata in lingua spagnola 6 anni fa, non soltanto non ha perso la sua attualità ma l’elezione di Papa Francesco l’ha resa ancora più attuale. Alver Metalli ha aggiunto a questa edizione in lingua italiana un lungo prefazio mostrando il profondo rapporto che univa il Padre Bergoglio, e in seguito l’Arcivescovo e Cardinale Bergoglio, al Prof. Methol Ferré. Di lui, parlando con il Presidente uruguaiano José Mujica come di un grande amico comune, Papa Francisco ha detto: “Ci ha aiutati a pensare”. Lo definiva come “il geniale pensatore rioplatense”. E chi leggerà questo libro si renderà conto di quanto è vera questa definizione.

È stato un dono anche per me e per molti altri della mia generazione aver incontrato il Professore Alberto Methol Ferré (“Tucho” lo chiamavamo) diventato maestro e amico. Nel pieno della nostra militanza universitaria, sotto il tremendo impatto della Rivoluzione cubana e della strategia guerrigliera in tutta l’America Latina, Methol Ferré ci salvò dalla radicalizzazione politica e dalle alte mareggiate ideologiche, ci aiutò a sviluppare l’intelligenza della fede e della comunione nella Chiesa. E lo fece non per rinchiuderci nei rifugi di un intimismo religioso ma per rischiare l’esperienza della fede e crescere in essa in mezzo all’incandescente problematica suscitata dalle vicende latinoamericane.
Methol Ferré è nato a Montevideo nel 1929, ed è cresciuto pertanto in quell’Uruguay prospero equiparato alla “Svizzera d’America”, totalmente alfabetizzato sin dall’inizio del XX secolo, prospero anche nella sua elite intellettuale. Il giovane Tucho incontrò Dio all’età di vent’anni. Le letture di Chesterton furono importanti nel suo cammino di conversione. «Ho capito da lui – ripete in queste pagine – che l’esistenza è un dono, così come la salvezza e la fede, che si è cristiani per gratitudine». Autodidatta, lettore instancabile, fu allo stesso tempo teologo, filosofo e storico, sempre attento alla politica, nonché uno straordinario polemista. Non ho dubbi nell’affermare che è stato il laico cattolico latinoamericano più originale quanto a pensiero nella seconda metà del XX secolo e all’alba del XIX. Lascia un’eredità prodiga di testi, alcuni dei quali sono stati raccolti in italiano nel libro “Il Risorgimento Cattolico Latinoamericano”, molti altri pubblicati in riviste latinoamericane come “Víspera” e “Nexo” (entrambe made in Uruguay ma con notevoli ripercussioni e influssi nella Chiesa e nell’America Latina negli anni 70 e 80), molti altri ancora raccolti nel sito a lui dedicato.
Methol Ferrè è morto il 15 novembre 2009. Credo che tanti aspetti centrali nel suo pensiero siano ben riflessi nelle pagine di questo libro.

Il primo fu il criterio ermeneutico col quale affrontava permanentemente tutta la realtà. Questo suo personalissimo criterio scaturiva dalla sua conversione a Gesù Cristo riconosciuto come Signore della Storia, dal suo amore alla Chiesa e anche dalla sua condizione di “tomista selvatico” (come amava definirsi). A questo riguardo, scriveva in un testo del 1977 intitolato “Iglesia y pensar social totalizante”: «Noi partiamo da una comunità storica concreta chiamata Chiesa. La nostra certezza si basa sul fatto che Cristo, di fatto, costitusce il centro della realtà storica e, di conseguenza, lo è anche la Chiesa cattolica. Chi non ci crede può comunque accettare tale punto di partenza come una ragionevole ipotesi di lavoro. Un sociologo, secondo le sue stesse convinzioni, non potrebbe per principio scartare a priori nessuna ipotesi o considerare impossibile l’ipotesi di Cristo come il criterio di comprensione della società e della storia (…) Per noi cristiani è più che un’ipotesi: è quello che di più reale c’è dentro la stessa realtà». Methol non si limitò a proporre questa ipotesi né a considerarla soltanto la sua fonte d’ispirazione personale, ma tentò, nello sviluppo del suo pensiero e nei suoi scritti, di far capire la sua ragionevolezza e di dimostrare la sua potenza per la comprensione dei processi storici, cioè per una maggior intelligenza di tutta la realtà. Ci sembra di ascoltare papa Benedetto XVI quando, nel suo discorso inaugurale della V Conferenza Generale dell’Episcopato latinoamericano ad Aparecida il 13 maggio 2007, affermava: «Chi esclude Dio dal suo orizzonte falsifica il concetto di “realtà” (…) Soltanto chi riconosce Dio conosce la realtà e può rispondere ad essa in modo adeguato e veramente umano».

Il secondo aspetto che vorrei sottolineare è che Methol è stato un appassionato latinoamericano. Non si lasciò rinchiudere dentro le frontiere del suo piccolo Uruguay, che a quel tempo aveva voltato le spalle all’America Latina. L’amore per questi popoli lo portò ad immergersi nella loro storia comune, nella loro tradizione cattolica, nella loro religiosità popolare e nella lotta contro le ingiustizie. Riconosceva il suo debito verso Haya de la Torre e Juan Domingo Peron, dagli slanci bolivariani all’importanza dei movimenti nazionali e popolari. Secondo lui i paesi latinoamericani separati rimarrebbero condannati all’emarginazione e alla dipendenza. Nell’attuale fase storica degli “Sati Continentali” puntò sempre su tutte le modalità concrete di unità e integrazione in America Latina. Le ripercussioni sulla “Patria Grande” e la “Nazione Latinoamericana” scaturite dalla III Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano a Puebla de los Angeles (1979), dalla Quarta Conferenza a Santo Domingo (1992) e dalla V Conferenza a Aparecida (2007), hanno echi familiari con il pensiero di Methol e i suoi anni di lavoro nel Consejo Episcopal Latinoamericano.
Methol fu perseguitato dal regime militare uruguaiano e, a sua volta, fu il critico più acuto della strategia del “foquismo guerrillero” del Che Guevara e di Debray. Criticò duramente quelle correnti della teologia sottomesse al marxismo che facevano della Chiesa un mero alleato eventuale delle forze rivoluzionarie. A quei tempi, nel clima che si respirava addirittura dentro la Chiesa, era difficile sostenere queste posizioni ma, poco prima di morire, è stato ricevuto a Cuba con ammirazione e nelle pagine di questo libro arriva ad affermare che «l’evaporazione della teologia della liberazione diminuì l’impeto della Chiesa latinoamericana nell’assumere con coraggio la condizione dei poveri», e oggi è «urgente sostituire la sua assenza». Ci sono in questo libro pagine straordinarie sulla crisi del senso della rivoluzione marxista, per concludere: «Percepivo più che mai che l’unica rivoluzione possibile era quella di Cristo nella storia; addirittura la Chiesa poteva finalmente riappropriarsi della parola revolución riferendola a Gesù Cristo». E’così è stato fatto sia da Benedetto XVI che da Francesco.

A partire dalla realtà latinoamericana, “Tucho” approfondì le profonde implicazioni reciproche fra la Chiesa, da una parte, e i popoli e le nazioni, dall’altra. In America Latina la Chiesa è “popolo tra i popoli” – titolo di uno dei suoi saggi-, sia nell’accezione biblica e teologica che nel suo radicamento storico e culturale. E’ qui che si gioca il suo destino nei prossimi decenni, se non si rinchiuderà nella autoreferenzialità e, al contrario, si lancerà missionaria e solidale verso tutti gli ambienti e tutti i confini. Ma questo destino ecclesiale è anche legato al destino dei popoli latinoamericani, al fatto che non rimangano nelle retrovie, sottomessi, confusi ma, al contrario, aggiornino e riformulino la loro migliore e più inclusiva tradizione cristiana, dimostrandosi capaci di democratizzazione, industrializzazione e integrazione, facendo dei salti qualitativi verso l’unità e sapendo universalizzarsi in circoli concentrici di rapporti.

In questo libro si evidenziano anche le proiezioni dello sguardo globale e cattolico di Methol. E’ illuminante la sua ermeneutica storica del Concilio Ecumenico Vaticano II considerato come un insieme di risposte alle grandi idee direttrici della modernità – la Riforma Protestante e L’Illuminismo – capace non soltanto di respingere gli errori ma di assumere il meglio di entrambe e in questo modo trascenderle. Le sue risposte sulla globalizzazione post-comunista rivelano una percezione molto profonda della realtà contemporanea. Brzezinski e Del Noce lo illuminarono sul terribile processo storico e culturale che va dall’ateismo messianico –con l’utopia rivoluzionaria del marxismo-, all’ateismo libertino –con il nichilismo consumista-. E tuttavia non poteva essere questa l’alternativa storica, essendo quest’ultimo «intrinsecamente parassitario, non costruttivo per definizione». La vera vittoria sarà quella di Compte su Marx, conclude genialmente Methol: «Questo agnosticismo positivista, scientista, che oscilla tra il nichilismo parassitario e una religiosità umanitaria, vagamente deista, ecumenica nel suo eclettismo, poteva essere un’alternativa “universale” nelle classi medie e alte delle società industriali dominanti. Un’indistinta religiosità che corrispondeva al materialismo pratico imperante, come una protezione dalla minaccia del nichilismo e dal vuoto del Mito de la Revolución»Questo è il “nemico principale” della Chiesa cattolica in questa fase storica che bisogna combattere ma innanzitutto salvare, trasformandolo da nemico in amico. Allora, però, sarà tutt’altra cosa!

Non credo che Alberto Methol Ferré, già molto malato, abbia avuto il tempo di cogliere tutto il significato della V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano ad Aparecida come avvenimento di maturità cattolica. Questo libro e molti dei suoi testi, così come i contributi di alcuni dei suoi discepoli, avevano aiutato a generarla attraverso complesse vicissitudini e mediazioni. “Aparecida” gli avrebbe dato una grande pace e una grande gioia, come cattolico e come latinoamericano, perché raccoglieva molto di quello che lui aveva seminato.
Methol Ferré seguì l’itinerario e i magisteri degli ultimi Papi con attenzione, intelligenza e devozione. Era lontano anni luce dall’essere un “bigotto”. Visse la sua fede con grande libertà e in comunione. L’elezione del Cardinale Jorge Mario Bergoglio sarebbe stata per lui motivo di una profonda commozione. Si sarebbe messo a ripensare tutta la storia dell’America Latina e la sua realtà attuale alla luce di questo avvenimento. Lo avrebbe spinto a considerare quello che poteva significare, come possibilità, il suo “risorgimento cattolico”. Avrebbe tenuto conto delle ripercussioni su un’America Latina “emergente” nel concerto internazionale. Si sarebbe messo a scrivere e a condividere le nuove esigenze e responsabilità che questo pontificato porta per tutta la Chiesa latinoamericana.

“Tucho” Methol Ferré ci manca, ma oggi più che mai abbiamo bisogno che queste riflessioni e prospettive vengano affrontate. La lettura di questo libro è un ottimo incentivo per realizzare questo compito.

Traduzione dallo spagnolo di Mariana Janún

Qui l'originale

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