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Farfalle ed elefanti

© Kolett

Sulla strada di Emmaus - pubblicato il 20/03/14


Come pensare che la sua vita non abbia avuto e abbia un senso? Certo, l’apparenza ci fa pensare a una disegno lasciato a metà, a un sogno spezzato, a un progetto non concluso, a speranze che ancora fluttuano nell’aria in memoria di lei: i desideri che albergavano nel suo cuore e che lei non ha fatto tempo a realizzare.

Ci vuole tempo a dispiegare le ali, per inseguire i propri sogni: lo ha scoperto, a proprie spese, il gabbiano Johnatahan Livingstone. E, purtroppo, è da constatare che è solo attraverso il dolore, la sofferenza che si raffinano le anime migliori, quelle che hanno lasciato di più al mondo, anche se spesso non sono state capite.


Non tutte le creature sono uguali. Ci sono gli elefanti, maestosi e imponenti, con la corazza a proteggerli dalle intemperie e pochi passi per fare lunghe e faticose traversate. Ma ci sono anche le farfalle, con le ali impalpabili, indifese di fronte al mondo esterno, vulnerabili ad ogni attacco, eppure maestose nei colori, nell’eleganza, nella leggiadria, pur vivendo poche ore di vita.


Essere elefanti o farfalle non è una scelta propriamente libera. A volte, è la vita a decidere per noi.

I percorsi con cui questa scelta avviene sono forse imperscrutabili; quanto meno, contengono sicuramente una buoan dose di mistero che fa sì che non siano del tutto penetrabili dall’uomo. 

Tuttavia, restano nell’aria i colori, la sensazione di allegria e il profumo di primavera che portano con sé quesi insetti così apparentemente ininfluenti, forse, ai fini della biosfera, ma capaci, da sola, di trasmettere la voglia di vivere. 

Non potrebbe essere già questo motivo di orgoglio per aver vissuto una vita magari breve, ma che abbia saputo essere dono per gli altri, con la propria capacità di colorare la vita propria e altrui, nonostante la malattia?


Per noi altri è difficile guardare a loro, senza commozione: l’uomo è sensibile alla parola morte. Sa che c’è, ma preferirebbe non saperlo. Ne ha paura. È quella parola fine che non perdona, non permette replica (a meno che non ci sia una visione di fede a far da impalcatura e sostegno alla speranza in un Amore che vince anche il Nemico più acerrimo: sì, proprio la morte!). È questo il motivo per cui non riusciamo a trattenere la stizza, l’impotenza, l’incomprensione, che rischiano di sommergere la ragionevole stima che dovrebbe invece pervaderci di fronte a chi riesce ad andare oltre tutte le esperienze negative.


Ci sono persone capaci di fare della propria vita un arcobaleno, nonostante la propria sofferenza. 

Invece di estendere a loro la nostra autocommiserazione, sarebbe bello che potessimo ispirarci con sincera stima e umana empatia a chi dalla vita ha avuto “quantitativamente meno” rispetto a quelli che sono i parametri con cui normalmente si misura la vita, ma che, spesso, ha avuto la capacità di sfruttarne al meglio la qualità, riempiendo di Vita la vita!

Qui l’originale

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