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Farfalle ed elefanti

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Sulla strada di Emmaus - pubblicato il 20/03/14

C'è molta vita anche nelle persone sofferenti, impariamo da loro

di Maddalena Negri

Gesù muore a 33 anni: di certo, non è vecchio, né bisognose di cure. È, anzi, un uomo, nel fiore degli anni: rigoglioso, robusto e che, probabilmente, non avrà mancato di suscitare chiacchiere per il fatto di essere, a quell’età, ancora celibe, eppure non disdegnare la compagnia delle donne.


Niente di nuovo sotto il sole, potremmo dire, rifacendoci all’Ecclesiaste!


Celibe, senza aver generato figli, senz’aver lasciato quindi una discendenza. Una maledizione, agli occhi di qualsiasi ebreo del suo tempo.

“Con tutta una vita davanti”, diremmo invece noi, ai nostri giorni.


A 12 anni si ha tutta la vita davanti. Anche a 13, magari anche a 40 si è considerati “ancora giovani”.

Già, ma quale vita? In base a cosa sarebbe possibile stabilire quale sarebbe l’età giusta a cui morire? 

Quando si muore con la vita “solo dietro le spalle”? Mi incuriosisce quest’espressione, perché – in buona sostanza – presuppone una visione “standard” della vita, in cui si dovrebbe nascere, crescere, fare tot cose, vivere almeno tot anni, in modo da avere almeno tot esperienze da raccontare ai nipotini davanti a qualche cyber-focolare. 


Non c’è che dire: visione senza dubbio parecchio massificata e massificante della realtà. Se non vivi a sufficienza, non fai esperienze a sufficienza o sufficientemente “elettrizzanti”, che succede: c’è una penalità?

La verità è che partire da un simile presupposto non è dissimile dal considerare ogni persona come proveniente da un unico stampo, come se fossimo tutte repliche di un’unica forma originaria, variabile solo esteriormente, ma destinata a fare le stesse cose, vivere le stesse esperienze, provare le stesse emozioni, morire nella stessa e auspicabile modalità.

Non è così.


C’è una trama che ci sovrasta e ci connette a uno stesso network, ma c’è anche un disegno, unico e singolare, su ciascuno di noi. Una storia personale e non globalizzata che si serve dei nostri sogni, delle nostre aspettative, delle nostre emozioni, dei nostri sentimenti, delle nostre aspirazioni per tessere tele grandiose, sognanti, favolose, incredibili. 

C’è un alone di mistero in tutto ciò, che fa sì che il senso complessivo sfugga alla nostra piena e completa comprensione. Ci domandiamo, giustamente e pervicacemente, perché ci sia il Male, perché colpisca i più deboli e indifesi, perché Dio permetta che siano sottoposti a dure prove creature innocenti come i bambini. Non ce ne diamo pace. Non riusciamo a comprendere e questo ci provoca delusione, sofferenza, talvolta anche ira nei confronti di Dio, se attribuiamo a lui l’origine di ciò.


Ma alla fine, mi domando: è possibile stabilire quando sia giusto morire, sulla base di cosa? Quale sarebbe l’età giusta? È un po’ dome domandarsi quale sia la “massima maturità” raggiungibile dall’uomo, quella dopo la quale chiunque possa definirsi “a posto”, all’acme dell’umanità raggiungibile dalla creatura. 

Con l’aggiunta di un problema: anche si potesse stabilire tale “apogeo umano”, è possibile pensare che questo sia univoco, a livello universale, in poche parole: un limite fisso e invalicabile, uguale per tutti?

La morte di Ilaria La Torre è emblematica. Salita alla ribalta a una dozzina d’anni, per aver mostrato il proprio talento canoro in un talent show spagnolo. Uccisa da un cancro che, come ormai abbiamo imparato a sapere, falcidia in modo ancora più micidiale i bambini, a causa della più veloce delle loro giovani cellule, sia quando queste sono sane, sia quando queste sono malate. E questo, per chi è malato di cancro, è la certezza che la vita non sarà lunga, pur vivendo almeno nell’incertezza di non poter stabilire il giorno e l’ora della fine. Aveva fatto in tempo a registrare l puntate di “La Voz Kids”, quest’estate; non erano ancora andate in onda e ora saranno trasmesse ugualmente, nel rispetto delle volontà della famiglia.

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