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“O è un capolavoro o è un’opera d’arte”, oppure è monnezza

Gwendal Ugden
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Anna Macchi e la critica d’arte contemporanea

In questi giorni, i giornali e telegiornali nazionali hanno lanciato una notizia a prima vista solo curiosa e poco importante, ma che invece contiene elementi interessanti per una riflessione sull’arte. A Bari una donna delle pulizie, Anna Macchi
[1], descritta dalla ditta per la quale lavora come persona molto coscienziosa, ha spazzato via della sporcizia all’interno di uno spazio espositivo pubblico. Il fatto non costituirebbe notizia, se non che, secondo i critici e gli artisti che hanno allestito la collettiva «Display Mediating Landscape» in questo periodo in esposizione nello spazio pulito appunto dalla signora Macchi, quella spazzatura conterrebbe opere d’arte, fatte di carta e cartone, e come tali consegnate alla locale azienda di nettezza urbana AMIU per lo smaltimento.

 
La notizia ha fatto immediatamente ridere, e non tanto perché la signora Macchi abbia spazzato via della
monnezza, quanto piuttosto per il fatto che critici ed artisti abbiano reclamato le loro  opere, e che tali opere,  che l’AMIU sta tentando di distinguere dall’altra spazzatura, abbiano anche un considerevole “valore” monetario.

 
Abbiamo anche riso, perché la notizia ci ricorda qualcosa di simile, già gustato in molta cinematografia d’autore. Ci riviene in mente l’episodio di Remo e Augusta Proietti, due fruttivendoli romani, alle prese con la Biennale d’arte di Venezia, nell’episodio diretto ed interpretato da Alberto Sordi,
“Le vacanze intelligenti”
[2] all’interno del film collettivo
“Dove vai in vacanza?”con altri due episodi diretti da Salce e Bolognini, del 1978. L’attrice Anna Longhi, nei panni di Augusta, ed Alberto Sordi, nei panni di Remo, durante un viaggio organizzato per loro dalla figlia competente, sono travolti e confusi da ciò che non riescono a comprendere e che li fa sentire inadeguati. Al centro dell’episodio, c’è Augusta che stanca e accaldata -mentre il marito Remo si allontana alla premurosa ricerca di un bicchiere d’acqua-, si siede su una sedia, senza rendersi conto che si tratta di un’installazione. I visitatori colti, di contro, pensano che Augusta faccia parte dell’opera, a dimostrare, secondo il regista, che nessuno è in grado di comprendere nella condizione post-moderna cosa sia arte e cosa no. La
gag è esilarante, non tanto per  la sprovveduta ignoranza di Augusta, quanto per la falsa conoscenza dei visitatori colti e informati che trovano un significato profondo al loro abbaglio. Sembrano come i cortigiani del Re nella favola di Andersen, che si mostrano ammirati per un abito mai cucito con stoffe mai tessute. Remo e Augusta Proietti svolgono, invece, la stessa funzione del bambino che è ancora libero di vedere e quasi involontariamente smaschera l’inganno, dicendo semplicemente ciò che vede: nella favola il re nudo, nel film di Sordi una sedia.

 


 
Una seconda citazione cinematografica quasi d’obbligo, è un raffinatissimo passaggio nel film
Il Mistero di Bellavista[3] scritto, diretto ed interpretato da Luciano De Crescenzo nel 1984, tratto dall’omonimo romanzo del 1977. Dopo la spiegazione di un verboso professore (interpretato da Riccardo Pazzaglia) che spiega il significato profondo di un’opera d’arte consistente in un bagno interpretandola come espressione dei valori dello spirito, Salvatore e Saverio si confrontano sulla identità dell’arte  in un dialogo di rara forza argomentativa. Salvatore ammette di essere “ignorante” avendo studiato solo fino alla III elementare (sebbene questa ripetuta due volte) e rimane perplesso di fronte al bagno inteso come opera d’arte, Saverio, che si dichiara invece “quasi ignorante”, avendo studiato fino alla III media (dopo la quale è fiero di essersi fermato da solo prima che altri lo fermassero), ritiene di dover difendere tale arte, affermando che persone con la “laurea in critica”  e con i soldi riescono senz’altro a comprendere più di loro. Salvatore si domanda se avendo studiato avrebbe saputo apprezzare tale arte. Si rivolgono allora a un professore, ovvero lo stesso De Crescenzo che, sorseggiando una limonata, spiega che la questione può essere risolta applicando la filosofia di Protagora, concludendo che l’arte in questione è arte per Saverio e non è arte per Salvatore. Entrambi non sono soddisfatti della risposta, e allora Salvatore prende le redini del dialogo e comincia a raccontare che tempo prima un muratore, sotto le macerie di una villa a Torre del Greco, aveva trovare un quadro poi identificato come opera di Luca Giordano e, pur essendo profondamente ignorante, aveva capito che quel quadro poteva essere “minimo un capolavoro o addirittura un’opera d’arte”. Salvatore prosegue poi con una domanda dalla forza socratica: tra mille anni, gli operai del tremila, trovando in una cantina l’opera d’arte da cui era partita la discussione, penseranno di trovarsi di fronte a un capolavoro o a un bagno scassato? Il professore non può che ammettere sorridendo: “un bagno scassato”.

 
Del resto l’episodio di Anna Macchi, da cui siamo partiti, conferma la conclusione di questo ineccepibile ragionamento, anzi lo rafforza, perché avviene nella contemporaneità, senza neanche dover attendere  mille anni.

 


 
Occorre aggiungere un altro fatto. In Germania nel 2011
[4], una donna delle pulizie del Museo East Wall di Dortmund ha rovinato una installazione dell’artista Martin Kippenberg, costituita da una torre di legno con al centro una vaschetta di gomma dal rivestimento biancastro; la signora ha lavato proprio questa vaschetta, eliminando in questo modo la patina biancastra. L’episodio è simile a quello di Anna Macchi, ma le reazioni però sono state assai diverse. Il direttore del Museo ha lamentato la perdita di reputazione, la signora è stata punita, la questione è stata tradotta in termini di assicurazioni e risarcimenti, e di protocolli di pulizia (pulire solo a 20 centimetri dalle opere).

 
Invece in Italia, forse proprio per quell’atteggiamento espresso e nello stesso tempo nutrito dai film citati, il fatto è stato accolto con ironia, e addirittura la signora Macchi ha ricevuto la proposta di essere testimonial della AMNIU. Giungiamo infine ad un altro episodio significativo contenuto in “Anplugged”
[5] spettacolo teatrale del 2006 di Aldo, Giovanni e Giacomo, trasformato in film “Anplugghed al cinema”. Nell’episodio ambientato in una Galleria d’Arte Moderna, Giacomo insegna con termini esoterici alcune teorie contemporanee dell’arte ad Aldo e Giovanni, che tentano invano di capire ed applicare i criteri di un linguaggio che si mostra come illogico e arbitrario; in particolare non riescono a cogliere la differenza tra la realtà ( “un estintore”) e un’opera d’arte (“una sedia decostruttivista”): Giovanni di fronte alla sedia vede solo una sedia simile a quelle di sua nonna e  ci si siede (peraltro con chiara citazione del film di Sordi), non comprendendo che quello è invece il “concetto di sedia”. Viene ribadita l’impossibilità di distinguere l’opera d’arte e di riconoscerla, ma con un metodo diverso. Infatti, al dialogo argomentativo dell’episodio di De Crescenzo,  si aggiunge la dimostrazione fattuale ed evidente, che culmina quando il dotto Giacomo afferma che una cornice senza il quadro racchiude lo “spazio sacro inviolabile” dell’arte, e allora i due incompetenti Giovanni ed Aldo violano fisicamente quello spazio, attraversandolo con il corpo e mostrando che non esiste, perché dentro la cornice non c’è appunto niente, con un’azione teatrale confutatoria e dissacrante, che ricorda Pinocchio, Pulcinella, Arlecchino…

 


 
Dunque la notizia relativa al gesto di Anna Macchi ci ha condotto in un percorso interessante sulla identità dell’arte e sulla efficacia comunicativa di certe forme artistiche.

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