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Mangiare l’agnello a Pasqua: è davvero un rito cristiano?

© A Roger Davies
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Alle origini del rito pasquale più diffuso, realtà e simbolo sono avviluppate in un intrigo che proviamo a svelare

Per gli animalisti, la battaglia si combatte sul piano delle cifre: quelle degli agnelli macellati ogni anno, circa 3 milioni e mezzo in Italia, in previsione della Pasqua. Per i biblisti e teologi, invece, il terreno di confronto è quello dei testi sacri, dell’Antico e del Nuovo Testamento. Lo stesso Benedetto XVI, durante l’omelia del Giovedì Santo del 2005, riportò l’attenzione sul fatto che probabilmente lo stesso Gesù non consumò l’agnello durante la celebrazione della Pasqua con i suoi discepoli, e cioè durante l’Ultima Cena, rompendo di fatto con la tradizione religiosa ebraica. Questo, aggiungeva il papa, avrebbe fatto sì che a un qualsiasi agnello venisse sostituito l’Agnello come simbolo di incarnazione, e cioè Egli stesso. Ma lo stesso Mosé, secondo i testi dell’Esodo, non avrebbe mai prescritto al popolo eletto l’agnello come cibo obbligatorio da consumare in occasione della Pasqua; solo più tardi, accogliendo i costumi di popolazioni semi-nomadi e pagane, gli ebrei avrebbero cominciato a consumare l’agnello in quel giorno. Noi di Aleteia abbiamo deciso di approfondire la questione, che è interessante in quanto dal tema del cibo pasquale si allarga ad investire alcune fondamenta storiche all’origine della nostra fede. Per questo abbiamo sentito due noti biblisti: padre Bernardo Estrada, Ordinario di Nuovo Testamento presso la Pontificia Università della Santa Croce, il cui contributo sarà pubblicato mercoledì prossimo, e monsignor Romano Penna, professore emerito presso la Pontificia Università Lateranense, la cui intervista vi presentiamo qui di seguito.

Monsignor Penna, come nasce la tradizione di mangiare l’agnello nel giorno di Pasqua?

Penna: E’ una tradizione che viene dall’ebraismo. Il sostenere che Gesù ha mangiato una Pasqua senza agnello si basa sul testo scritto, ma la storia sta sempre al di là della fonte scritta. Allora dovremmo ricordare che nel quarto Vangelo non c’è neanche la celebrazione della Pasqua, dell’Eucarestia. Tuttavia Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi parla di Gesù come “nostra Pasqua”. Dal punto di vista ebraico mangiare la Pasqua – in Luca si legge che Gesù dice “con grande desiderio ho voluto celebrare questa Pasqua con voi” – vuol dire mangiare l’agnello. Che i sinottici parlino dell’Ultima Cena senza l’agnello è un’omissione. Non si afferma che non ci fosse l’agnello, semplicemente non se ne tiene conto, perché la narrazione viene fatta già dal punto di vista della prassi cristiana: questa, infatti, prescindeva dal sangue dell’agnello, perché la fede cristiana fonda se stessa sulla fede di Gesù Cristo, non sul consumo di “un” agnello. E Paolo dice appunto che “Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato” (1 Corinzi 5,7).

Cosa cambia dalla Pasqua giudaica a quella cristiana?

Penna: Dal punto di vista ebraico il sangue dell’agnello non salva dai peccati, piuttosto – in Esodo 12 leggiamo – viene posto sugli stipiti delle porte per risparmiare alcune case dal cosiddetto “angelo sterminatore”, che passava ad uccidere i primogeniti. In un’ottica ebraica la Pasqua è una festa, per così dire, “politica”, perché è la festa di una liberazione dalla schiavitù, politica e sociale soprattutto.

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