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L’idolatria del corpo

L'imaGiraphe / Flickr / CC
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Come la corporeità e il suo uso sono connessi immediatamente al potere e al denaro?

Rilettura dei dieci comandamenti

L’idolatria che connota il nostro tempo, gli altri "dei" che popolano il nostro farci "dio", ha nel corpo e nella sessualità l’ultimo suo aspetto inquietante. Fatti di cronaca, nazionali e no, di continuo ci mettono di fronte a comportamenti compulsivi che nell’esercizio sfrenato della propria sessualità e nell’utilizzo dei corpi altrui vedono la conseguenza ultima del potere e del denaro. Uomini certamente non nel fiore dell’età appaiono insaziabili. Non li ferma l’età dei presunti partner; né importa che questi ultimi siano o no consenzienti.

Nella prospettiva del «non avrai altro Dio all’infuori di me» la nostra attenzione non si dirige al buon uso della sessualità, al rapporto uomo-donna e alle sue regole, oggetto specifico di altri comandamenti. Il nostro discorso legge piuttosto la corporeità e il suo uso nella connessione immediata al potere e al denaro, e dunque al delirio di onnipotenza, vero e proprio atto di idolatria, di auto-sostituzione a Dio. Va rilevato che in tutto ciò emerge pesante l’ipoteca di genere (tema che troveremo anche più avanti nel nostro percorso sui comandamenti). Infatti, il corpo oggetto della compulsione selvaggia è un corpo femminile o un corpo ad esso assimilabile, quello di un bambino ad esempio.

L’immaturità di quest’ultimo, l’assenza di una soggettualità sessuale attiva lo assimila (culturalmente, ed è discorso che viene da lontano) al corpo femminile e ne fa oggetto della propria brama di possesso. Un corpo immaturo suscita in chi ha sperimentato tutto e può comprarsi tutto la sponda ultima, che esalta la propria presunta onnipotenza. Da questa spirale perversa è attraversato ogni potere, anche quello "sacro". Il delirio di onnipotenza ad esso legato ci appare se possibile più perverso e ripugnante, ma credo si tratti ancora una volta nient’altro che del potere, il cui spettro ciascuno elabora secondo la presunzione che ne ha quanto al possederlo e all’esercitarlo.

La pedofilia, tragedia ultima

Non mi è possibile eludere il nodo della pedofilia, tragedia ultima dell’inautenticità ecclesiale. Ho già ripetutamente affermato che il nostro sdegno non può ignorare l’enormità di un fenomeno di cui l’abuso ecclesiastico è piccolissima parte. Né d’altra parte possiamo ridurre il nostro "peccato" alla sola pedofilia. Se mai essa è facile alibi per eluderne altre forme subdole e molteplici. Potere e denaro ci fanno idolatri. La Chiesa non ne sta fuori. E tuttavia, prima di dirigere l’attenzione all’idolatria del corpo proprio e del corpo altrui espressa dalla pedofilia chiediamoci cosa la determina. Cosa trasforma in orco un buon parroco, un buon prete, un buon vescovo. Non è forse la presunta contiguità al sacro a fare eludere ogni legge? Non ci si sente talora, proprio nelle forme di una sessualità pervertita, attori di una "azione sacra"?

Il corpo stesso non diventa organo di trasmissione del sacro posseduto in un’esaltata comprensione di sé che non distingue più il servizio dalla propria autoaffermazione? Non c’è alle spalle il "potere", tanto più fuori ogni regola quanto più prossimo a Dio; non c’è la pretesa di rappresentarlo (meglio di sostituirsi a lui) alle spalle di un atteggiarsi che disonora la comunità ecclesiale? Mi chiedo, insomma, se non è certa formazione, certo delirio avulso dalla ratio ministeri a creare, legittimare questi mostri. Ed è inutile l’esecrazione e la condanna se non si avverte la responsabilità a monte, quella appunto legata al protrarsi di un modello potente, idolatrico, sostitutivo di Dio, più che a suo servizio. Tanto più che spesso pedofilia e intransigenza si legano insieme. I soggetti di cui parliamo sono dispotici, autoreferenziali. Ammantano di spiritualità la loro perversione. Manipolano le coscienze dei fedeli, piuttosto che condurli a maturità e partecipazione.

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