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Cosa significa “esuli figli di Eva”?

Adam and Eve eat the forbidden fruit – it

@P.Deliss/Godong

don Antonio Rizzolo - Credere - pubblicato il 18/03/14

Il “Salve Regina” una delle antifone mariane più conosciute, attribuita ad Ermanno Di Reichenau

Caro don Antonio, nel Salve Regina preghiamo dicendoci “esuli figli di Eva”. Cosa significa questo passaggio?

Nunzia B., Barletta

La storia di questa preghiera, una delle antifone mariane più conosciute, è molto bella. Ti dico solo, cara Nunzia, che è attribuita da alcuni a Ermanno Di Reichenau, un monaco disabile vissuto nell'XI secolo, venerato come beato. Il passaggio che tu citi si riferisce alla nostra condizione umana. Noi tutti siamo “figli di Eva” e in quanto tali segnati dal peccato originale (si preferisce Eva ad Adamo per sottolineare il parallelismo con Maria, la nuova Eva che con il suo sì ha accolto il progetto di Dio). Ed è così, nella nostra vita non mancano i problemi, le difficoltà, le ferite, non mancano i peccati e il male che ne consegue.

Il termine “esuli” sottolinea come la nostra condizione definitiva non sia però in questo mondo. Noi siamo come dei pellegrini, dei nomadi in cerca della patria. Nel cuore di ciascuno c'è una nostalgia di bene, di pienezza, di felicità che nulla in questo mondo riesce ad appagare. Ma il nostro pellegrinaggio ha una meta, siamo esuli in cammino verso la patria. Già oggi, per mezzo della fede, abbiamo un assaggio della patria che ci attende, ma non siamo ancora nella visione definitiva, nella casa che Dio ha preparato per noi. Come scrive san Paolo nella seconda Lettera ai Corinzi, “sapendo che siamo in esilio lontano dal Signore finché abitiamo nel corpo – camminiamo infatti nella fede e non nella visione –, siamo pieni di fiducia”. Il mistico russo dell'Ottocento Giovanni di Kronstadt diceva che il cristiano è un pellegrino che avanza col bastone da viaggio e l'abito da viandante; quando giungerà alla fine della vita, gli si spalancherà la porta ed egli finalmente sarà a casa sua. Come scrive l'autore della Lettera agli Ebrei, infatti, “non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura”.

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