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Papa Francesco incontrerà 700 familiari delle vittime delle mafie

JMJ Rio2013
Papa Francisco na missa da JMJ Rio2013 na praia de Copacabana
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L'impegno della Chiesa contro la mafia

Papa Francesco incontrerà 700 familiari delle vittime delle mafie che insanguinano l’Italia, e pregherà con loro, in una veglia nella chiesa romana di Gregorio VII, venerdì prossimo, 21 marzo. Il primo giorno di primavera si celebra la «Giornata della memoria delle vittime innocenti delle mafie» promossa dalla Fondazione «Libera», presieduta da don Luigi Ciotti (Corriere della Sera, 16 marzo).

Nel messaggio di ringraziamento di Don Luigi Ciotti al Pontefice: “La disponibilità del Papa ad accompagnare i famigliari a questo momento carico di dolore ma anche di speranza, è segno di un’attenzione e di una sensibilità che loro hanno colto sin dal primo momento. Attenzione verso tutta l’umanità fragile, ferita. Ma attenzione, anche, per lo specifico tema delle mafie, della corruzione, delle tante forme d’ingiustizia che negano la dignità umana. Voce di una Chiesa che salda il Cielo e la Terra, e che della denuncia fa annuncio di Salvezza. Molte di quelle vittime erano «giusti». Persone che non hanno esitato a mettere la propria vita al servizio di quella degli altri, anche a costo di perderla. È questa giustizia delle coscienze, prima che delle leggi, il dono che ci hanno lasciato. Condividerlo è nostro compito quotidiano. Condividerlo con Papa Francesco è la più grande delle gioie. Per i famigliari delle vittime innocenti delle mafie l’incontro con Papa Francesco è un dono” (Messaggio per la «Giornata della memoria delle vittime innocenti delle mafie», 16 marzo).

Non è la prima volta che il Pontefice si espone su questo tema. Nel maggio dell’anno scorso, il giorno dopo la beatificazione a Palermo di don Pino Puglisi, assassinato da Cosa Nostra, aveva detto all’Angelus: «Educando i ragazzi secondo il Vangelo li sottraeva alla malavita e così questa ha cercato di sconfiggerlo uccidendolo. In realtà però è lui che ha vinto, con Cristo risorto». «Io penso — aveva aggiunto a braccio Francesco — a tanti dolori di uomini e donne, anche bambini, che sono sfruttati da tante mafie, che li costringono a fare il lavoro che li rende schiavi, con la prostituzione, con tante pressioni sociali. Dietro questi sfruttamenti, queste schiavitù, ci sono mafie, ma preghiamo il Signore perché converta il cuore di queste persone. Non possono fare questo, non possono fare i nostri fratelli schiavi. Preghiamo perché questi mafiosi e queste mafiose si convertano a Dio».

Una posizione «forte», che si unisce a quanto Francesco sta facendo anche per la trasparenza delle finanze vaticane e dello Ior (qui un nostro ampio articolo, Ndr), tanto che lo scorso novembre il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri ha messo pubblicamente in guardia dai possibili rischi che «la mafia finanziaria» potrebbe fargli correre (Corriere della Sera, 16 marzo).

Così come non è la prima volta per un pontefice: ha fatto storia il «grido» contro la mafia, di Giovanni Paolo II: il 9 maggio del ’93 ad Agrigento intimò ai mafiosi di convertirsi: «Verrà il giudizio di Dio». La mafia è «una strada di morte, incompatibile con il Vangelo», ha ribadito nel 2010 a Palermo Benedetto XVI, che già nel 2007 a Napoli aveva puntato l’indice contro la camorra. Chi si macchia di un omicidio e chi ad esso collabora «commettono un peccato che grida vendetta davanti a Dio» e sono «fuori dalla comunità cristiana», quindi esclusi dai sacramenti. Nel 1989 il cardinale di Napoli, Michele Giordano, inviò alle parrocchie una direttiva: no ai malavitosi come padrini di battesimo o cresima. Un esempio seguito in numerose diocesi del Sud.

«Per l’importanza che il padrinato ha nel Mezzogiorno, l’esclusione equivale a una pubblica ignominia», sottolinea il vescovo di Mazara del Vallo, Domenico Mogavero. Appena due mesi fa l’arcivescovo di Catanzaro Vincenzo Bertolone (postulatore del martire anti-clan don Puglisi), ha riaperto la discussione sulla sanzione canonica per i mafiosi: «La mafia è contro il Vangelo: non basta la scomunica, serve un radicale cambiamento educativo e pastorale». E per i funerali dei mafiosi si può applicare il modello seguito a Roma per il nazista Priebke, vale a dire una benedizione privata della salma senza pubbliche esequie (La Stampa, 16 marzo).

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