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Lo snobismo intellettuale dell’ateismo evidente

Joseph Novak

The Atlantic - pubblicato il 17/03/14

In America, che i sociologi descrivono spesso come un Paese unico a livello religioso se paragonato al resto del mondo occidentale, la grande maggioranza delle persone ha una fede. Secondo il Pew, l'86% dei Millennials, le persone tra i 18 e i 33 anni, afferma di credere in Dio, e il 94% di quelle dai 34 anni in su sostiene lo stesso. È vero che un gruppo crescente dice di essere “incerto” sulle proprie convinzioni, ed è anche vero che l'affiliazione alle istituzioni religiose formali sta diminuendo, ma in termini di puro credo quelli che si descrivono come atei e agnostici sono una piccola minoranza, appena il 6% della popolazione.

Il mondo occidentale in particolare è probabilmente meno religioso di quanto non fosse 150 anni fa, e la dinamica del credo e dell'osservanza è diventata sicuramente più complessa – il numero crescente di persone non affiliate a una religione specifica è particolarmente interessante. Ma se l'era dell'ateismo è iniziata nel 1882 come afferma Watson, la maggior parte della gente non l'ha ancora colta.

L'era degli atei rimarrà probabilmente confinata a certi circoli intellettuali: il filosofo casuale, il non credente dogmatico, il collezionista di libri da bar. Ma nella misura in cui la sua argomentazione rappresenta una patologia più ampia nelle conversazioni contemporanee sul credo, questo libro conta. La maggior parte delle persone forma le proprie convinzioni e vive la propria vita da qualche parte nel mezzo del cosiddetto “cultural divide” strombazzato da atei e credenti di spicco. Quanto più strombazzano, tanto più il discorso pubblico devia dalla sottile lotta del tentativo della persona media di essere umana.

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

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