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Lo snobismo intellettuale dell’ateismo evidente

Joseph Novak

The Atlantic - pubblicato il 17/03/14

È difficile riassumere la storia dell'ateismo di Watson; dopo tutto, gli sono servite centinaia di pagine e dozzine di pensatori per raccontarlo. Ad ogni modo, è più o meno così. Nietzsche ha scritto della morte di Dio in un periodo in cui molti pensatori stavano iniziando a riconoscere un cambiamento nel modo in cui la cultura occidentale si è collegata alla cristianità, e in Occidente le sue idee hanno preso piede. Nell'America della Guerra Civile, ciò significava l'ascesa dei pensatori “pragmatisti”: persone come Ralph Waldo Emerson, Oliver Wendell Holmes e John Dewey hanno capito che “le idee non sono 'là fuori' in attesa di essere scoperte, ma sono strumenti – come coltelli, forchette e microchips – che la gente inventa per far fronte al mondo”, scrive Watson, citando l'accademico israeliano Steven Aschheim. Questa idea è stata ripresa da un gruppo di europei che includeva Charles Baudelaire, Paul Cézenne ed Edmund Husserl. Il tipo di filosofia di quest'ultimo, definito fenomenologia, ha sottolineato che una piena esperienza di vita “non può essere raggiunta all'improvviso mediante qualche 'episodio' trascendente di tipo religioso o terapeutico, ma è più simile al duro lavoro dell'istruzione”, sostiene Watson.

Poi il mondo ha conosciuto la guerra. La I Guerra Mondiale “aveva certe sfumature nietzschiane, e quel conflitto è stato visto come il test ultimo delle qualità eroiche di una persona”, scrive Watson – in altre parole, la battaglia armata era un test della forza e del potere dell'uomo in un mondo libero da Dio. È seguita la sconsideratezza di Gatsby e dell'era del jazz in un turbinio di nichilismo materialistico, e in filosofia pensatori come Bertrand Russell e Ludwig Wittgenstein hanno chiesto la “verificabilità” di tutti i fatti e del linguaggio (essendo ovviamente Dio non verificabile).

In Germania, il nazismo si è avvicinato a Nietzsche e a scrittori contemporanei come Martin Heidegger. Nel caos che scuoteva l'Europa, Jean Paul Sartre e Albert Camus hanno sviluppato l'esistenzialismo, che Sartre descriveva così:

“L'uomo è libero, ma la sua libertà non assomiglia alla libertà gloriosa dell'Illuminismo; non è più il dono di Dio. Ancora una volta, l'uomo è solo nell'universo, responsabile della sua condizione; apparentemente resta in una condizione modesta, ma è libero di raggiungere le stelle”.

Nell'America postbellica, dice Watson, la psicologia pop e l'autoaiuto hanno iniziato a fornire alle persone dei contesti relativi a come vivere. Ciò era stato previsto mezzo secolo prima negli scritti di Freud, che per Watson è responsabile del “cambiamento dominante nel pensiero dei tempi moderni, che ha visto una comprensione teologica dell'umanità sostituita da una psicologica”. Egli indica Carl Rogers, Abraham Maslow e scrittori famosi come Benjamin Spock come psicologi che hanno dato alla loro arte un nuovo scopo: è diventata un modo per aiutare le persone a trovare valore e significato, presumibilmente in assenza della fede tradizionale. I Beatniks, dal canto loro, hanno abbandonato del tutto la ricerca di significato; volevano che la loro arte fosse ispirata da desiderio, spontaneità e improvvisazione. E poi c'erano gli hippies, con il loro acido e il loro amore libero, tutto nello spirito dell'umanesimo, non della devozione.

La storia degli ultimi decenni è un po' più nebbiosa. Watson scrive della “cultura della terapia” e del rifiuto conseguente, insieme alla ricerca di significato in poesia (Hans-Georg Gadamer) e comunità (Richard Rorty e Ronald Dworkin). Persone come E.O. Wilson, Daniel Dennett e Richard Dawkins hanno dato popolarità al tipo oggi più riconoscibile di ateismo, basato sull'argomentazione per cui l'evoluzione e la biologia confutano l'esistenza di Dio.

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ateismodiofederichard dawkins

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