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Lo snobismo intellettuale dell’ateismo evidente

Joseph Novak
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Dietro l'argomentazione per cui la fede in Dio è irrazionale e quindi illegittima

di Emma Green

L'ateismo è intellettualmente affascinante. Il mese scorso, The New York Times ha pubblicato varie storie sulla mancanza di fede nella sua serie sulla religione. The New Yorker ha pubblicato un articolo sulla storia della mancanza di fede in reazione ai due nuovi libri sul tema pubblicati a febbraio a una settimana di distanza dall'altro. L'autore, Adam Gopnik, conclude così:

“Ciò che i no, qualunque siano i loro numeri, hanno realmente ora è un monopolio sulle forme legittime di conoscenza circa il mondo naturale. Hanno questo monopolio per la stessa ragione per la quale chi fabbrica computer è in vantaggio rispetto ai produttori di sfere di cristallo: i vantaggi di avere una spiegazione reale delle cose e dei processi è lampante”.

È un riassunto perfetto della rivendicazione intellettuale di quanti si propongono di provare che Dio è morto e la religione è falsa: gli atei hanno una conoscenza legittima, i credenti no. È l'ipotesi epistemologica che incombe sulla cosiddetta “guerra culturale” tra le caricature dei liberali senza Dio e dei conservatori attaccati alla Bibbia in America: un gruppo brandisce argomentazioni razionali e una storia intellettuale come atto di accusa verso Dio, mentre gli altri guardano alla tradizione e ai testi come a una difesa contro l'invasione della modernità nel campo della vita religiosa.

Il problema è che la “guerra culturale” è un costrutto falso creato da politici e intellettuali pubblici, di sinistra e di destra. Lo stato della fede nel mondo è molto più grigio, molto più umile e molto meno diviso di quanto affermano gli accademici atei e i politici predicatori. Soprattutto negli Stati Uniti, i conservatori sociali sono spesso invitati dai mezzi di comunicazione per “reificare” e rinfocolare questa divisione culturale: la retorica di eterni fiduciosi della Casa Bianca come Rick Santorum, Sarah Palin e Bobby Jindal rafforza una distinzione basata su “noi” e “loro” tra quanti hanno fede e quanti non ce l'hanno. Conoscere Dio li aiuta a vivere e a legiferare nel modo “giusto”, sostengono.

Anche gli atei che si fanno sentire, però, rafforzano questa contrapposizione “Dio contro senza Dio”, ma l'argomentazione non è altrettanto ovvia. La loro è un'asserzione sottile: i credenti non sono sufficientemente istruiti o attenti per sminuire Dio, e se solo conoscessero meglio le prove razionali metterebbero sicuramente la fede da parte.

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