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L’innalzamento dell’obbligo scolastico come strumento di sviluppo per il Paese

Charlotte Kesl / World Bank Photo Collection
A school courtyard in La Ceja, Department of Antioquía, Colombia. Photo: © Charlotte Kesl / World Bank
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Molti ragazzi nemmeno terminano il ciclo di studi: il tasso di abbandono in Italia è del 17,6% contro la media del 12,7% della media dei 28 Paesi Ue

Tra i punti fondamentali del programma di governo illustrato dal premier Renzi c’è il rilancio del sistema dell’istruzione scolastica nel nostro Paese come via per uscire anche dalla crisi economica. A questo fine, per prima cosa il nuovo esecutivo ha destinato ingenti risorse per la ristrutturazione e l’ammodernamento degli edifici scolastici. Tuttavia per fare dell’istruzione il motore dello sviluppo italiano, secondo il segretario generale della Cgil Susanna Camusso che è intervenuta sul tema durante il congresso nazionale della Rete degli Studenti medi che si è tenuto a Perugia, occorre prevedere per legge l’innalzamento dell’obbligo scolastico.

Elevare il limite d’età per la frequentazione obbligatoria della scuola è, secondo il segretario della Cgil che sostiene questa iniziativa anche nel suo piano sul lavoro, la “vera grande riforma”. “Noi —ha affermato Susanna Camusso — siamo tra i paesi cosiddetti sviluppati, ma siamo uno dei pochi paesi che continua ad avere nei fatti l’obbligo a 15 anni, visto che a 15 anni è l’ingresso al lavoro anche se la teorica affermazione del diritto allo studio è quella dei 16”. Questa differenza comporta una conseguenza intuibile: “Noi oggi abbiamo un obbligo scolastico che sta a metà di un ciclo di istruzione, è come dire faccio una norma per garantirne l’evasione, perché non ha avuto invece ovviamente l’effetto di allungare un obbligo generalizzato fino alla fine del ciclo scolastico” (La Stampa 16 marzo).

Sull’estensione dell’obbligo scolastico la legislazione ha registrato varie modifiche nel corso degli anni  finché la legge del 27 dicembre 2006 ha stabilito che l’istruzione debba essere impartita per almeno 10 anni (da 6 a 16 anni appunto) e finalizzata a consentire il conseguimento di un titolo di studio di scuola secondaria superiore o di una qualifica professionale di durata almeno triennale entro il diciottesimo anno d’età. Di fatto, ha rilevato il segretario della Cgil, poiché l’obbligo scolastico si esaurisce al termine del primo biennio di scuola superiore, spesso i ragazzi dopo la scuola media si iscrivono a un istituto tecnico o professionale non per ottenere il diploma ma solo per assolvere l’obbligo dei 10 anni di studio: “restano parcheggiati un paio d’anni e poi lasciano la scuola”. Molti non portano nemmeno a termine l’obbligo scolastico: il tasso di abbandono scolastico in Italia, concentrato proprio nel primo biennio delle superiori, è infatti del 17,6% con punte del 25% nel Mezzogiorno, molto distante dalla media dei 28 Paesi dell’Ue (12,7%) e ancor più dall’obiettivo comunitario per il 2020 del 10%. All’innalzamento dell’età dell’obbligo non è corrisposta infatti una riforma organica della scuola secondaria di secondo grado. Invece di un biennio unico, i ragazzi si ritrovano a scegliere a 14 anni un percorso di studio (liceo, istituti tecnici o professionali, scuole professionali) che spesso si rivela ingiustamente selettivo: frustrati dai pessimi risultati, in una fase di sviluppo evolutivo particolarmente delicata, non reggono gli insuccessi e sono indotti a lasciare (Corriere della Sera 16 marzo).

Lo stanziamento dei fondi destinato all’edilizia scolastica, voluto dal governo Renzi, rappresenta quindi  una risorsa importante rispetto a un problema sul quale si è espresso spesso lo stesso sindacato ma alla scuola occorrono risorse in più settori. Il segretario, infatti, ha voluto rilanciare chiedendo interventi anche per insegnanti e personale scolastico, ma senza intaccare le risorse a disposizione della didattica: “A fianco – ha continuato la Camusso – noi stiamo ancora aspettando che si rimettano le risorse che le tante leggi precedenti hanno tolto. Giustamente gli insegnanti rivendicano i loro contratti e le loro retribuzioni, ma se li paghi con le risorse dei fondi scolastici vuol dire che nella scuola non fai progetti formativi e non vai oltre” (Corriere dell’Università 17 marzo).
 

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