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Flannery O’Connor e quell’inseguimento instancabile di Dio

AP FIle Photo 1962
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A 50 anni dalla sua morte, esperti in convegno alla Gregoriana ne rileggono il “Diario di preghiera” appena pubblicato

Qual è un tratto che la distingue?

Buia Rutt: Una delle caratteristiche che viene fuori dal Journal, e che troveremo in tutta la sua letteratura, è il problema dell’ego, dell’io. Flannery in un’immagine lirica dice “Dio, tu sei una falce di luna che cresce e io sono l’ombra che sta in mezzo, aiutami a togliermi di mezzo”. Lei sente questo problema dell’ego, che ritroviamo poi in tutti i suoi personaggi, che resistono a Dio, e per questo chiederà la grazia di toglierlo di mezzo. Tutti i suoi racconti partono sempre da un protagonista, da un personaggio che si oppone a Dio, gli resiste, ma nello stesso tempo lo cerca; per usare le sue stesse parole, i suoi personaggi “hanno il pungiglione di Dio piantato nella testa”. Non possono farne a meno però lo negano: del resto, il primo atto dell’uomo di fronte a Dio è un resistergli. Ma questo succede fino a quando – questo è lo schema classico dei suoi racconti – accade un evento catastrofico che spazza via l’io, un elemento catastrofico in cui c’è l’azione violenta della grazia. In questo senso Flannery è anche una teologa originale: usa il male, per far agire il bene. Il male è ciò che serve ad un uomo così protervo, così incapace di aprirsi e di abbandonare le sue chiusure, al quale serve “un colpo” in testa. Nel racconto “Rivelazione”, una signora del Sud degli Stati Uniti, che continua ad usare luoghi comuni, ad un certo punto si ritrova un libro in testa scagliatogli da una ragazza epilettica che la insulta. È così, i suoi personaggi hanno bisogno di qualcosa che lì fa saltare, qualcosa che fa ridere, dalle sfumature comiche, ma che in realtà ha i toni profondamente drammatici.

Una sua frase che colpisce molto è “Nessuno se non colui che conosce tutte le cose può essere ateo: per questo Dio è l’unico ateo”. Che significa?

Buia Rutt: Solo Dio non ha bisogno di adorare se stesso, mentre il diavolo – lei dice – che è il maggior adoratore di se stesso “è il più grande credente”. Perché crede assolutamente in se stesso. E Flannery O’Connor ha un senso del diavolo e del peccato fortissimo, ma non in modo tradizionale o bigotto: lei pensa che il peccato sia proprio questo ego che si frappone, l’ombra della luna, della bellezza, che non permette di essere penetrati dalla grazia di Dio, e quindi di discernere. Infatti in tutto il Diario, scrive: “Aiutami a togliermi di mezzo, e dammi una mente lucida (una clear mind), per vederti, per capire come posso muovermi guidata da te, da Dio, in questa vita”. Lei si muoveva sulle linee di Dio. Uno dei racconti nel Diario di preghiera si intitola Il tacchino: in esso lei è come il protagonista, un ragazzo di 11 anni, che trascorre un giorno a cercare di afferrare questo tacchino. Il tacchino è una figura cristologica: questo ti dà il senso della sua letteratura. Il tacchino è ciò che salva questo ragazzo: lui si sente trascinato verso il bene, cerca di acchiappare questo vecchio tacchino ferito perché pensa che se ci riesce la sua vita potrà cambiare, potrà essere lod
ato dai genitori e non prendere una cattiva strada come quella del fratello, che gioca alla bisca e fuma. Dopo averlo catturato, torna a casa e sa che farà una bella figura; invece, all’ultimo isolato, questo tacchino gli viene rubato da alcuni ragazzi. La storia sembra finir male, invece non è così, perché il bambino percepisce il giusto, dov’è la salvezza. Nel suo Journal Flannery è come questo ragazzo: lei cerca di acchiappare Dio in tutti i modi.
 

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