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Una tentazione della Chiesa odierna: il mimetismo

Dan Diemer

Revista Ecclesia - pubblicato il 14/03/14

Lettera del vescovo di Sant Feliu de Llobregat

di mons. Agustín Cortés

Non vorremmo dare l'impressione di vedere la Chiesa oggi esattamente come Israele nell'esilio di Babilonia. Diciamo solo che attualmente nella Chiesa si ha la sensazione di impoverimento, perdita di forza, estraniamento ed emarginazione; alcuni aggiungerebbero anche di assillo. In questa sede non ci addentriamo nelle cause, ma siamo in Quaresima e crediamo che sia assai opportuno imparare dalle scoperte dei fedeli israeliti in esilio.

Nell'esilio, ovvero nei momenti di prova, la prima tentazione è fuggire dal conflitto. E uno dei modi di farlo è compensare il dolore cercando un accomodamento, ovvero adattarsi alla situazione, abbassando l'ideale e assumendo come legittimo ciò che offre il contesto, la nuova situazione. Non pochi israeliti “si sono fatti babilonesi” per non sentirsi estranei o esclusi.

Un principio di base dell'evangelizzazione e del messaggio della Costituzione Gaudium et Spes è raggiungere la sintonia con il mondo, perché senza di essa non c'è parola significativa né dialogo autentico. In questa azione, di per sé legittima, ci vediamo però liberati dalla tentazione della paura della differenza, di cercare innanzitutto di essere accettati, mimetizzando, pensando o agendo sulla base dell'opinione dominante, confondendo “i segni dei tempi” con la mentalità sociologicamente maggioritaria? Alcuni analisti e lo stesso papa Francesco (E.G. 93-96) affermano che la Chiesa si è “mondanizzata”, nel senso di imborghesirsi, di cercare mete o usare mezzi unicamente umani, come qualsiasi società altruista, culturale, ideologica, ricreativa o anche politica…

Se davvero c'è qualcosa di vero in questo, dovremo ascoltare le voci profetiche che ci gridano la verità. Alcune sono di una radicalità estrema, ma ci conviene ascoltarle perché non ci vinca il sogno. Così affermava G. Bernanos, che non sopportava un cristianesimo accomodato:

“Cristo ci ha chiesto di essere il sale della terra, non lo zucchero, men che meno la saccarina. E non mi dite che il sale infiamma. Lo so. Come so che il giorno in cui non infiammeremo il mondo e inizieremo a stargli simpatici sarà perché stiamo smettendo di essere cristiani”.

Gesù Cristo non ha denunciato un cristianesimo edulcorato, ma uno insipido (cfr. Mt 5,13). Se questo cristianesimo, in base alle sue parole, non serve a nulla, quello che cerca solo di essere gradito sarà davvero pregiudizievole e malizioso, perché significherà una falsificazione, forse interessata, dell'identità cristiana. Questa è proprio la caratteristica dei falsi profeti. Altre parole di Gesù ci riempiono di inquietudine: “Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione. Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!” (Lc 12,51; Lc 12,49). Né la spada si adatta alla falsa pace, né il fuoco all'acqua.

– Le parole gradevoli allettano l'udito, ma possono provocare una falsa consolazione
– Con buone parole possiamo nascondere la paura per la differenza e l'evasione dalla sofferenza
– Trasforma, sana e salva solo ciò che è sano e vero

Il profeta Geremia, tanto geloso della fedeltà a Dio, ha scritto una bella lettera ai suoi fratelli in esilio, dicendo loro di mettere radici in quella terra perché “non vi traggano in errore i profeti che sono in mezzo a voi e i vostri indovini; non date retta ai sogni, che essi sognano” (Ger 29,8). Dio continuerà ad essere fedele a coloro che gli sono fedeli. Per questo Gesù Cristo pregava il Padre per noi: “Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno” (Gv 17,15).

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

Tags:
chiesa cattolica
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