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Quando Chiara era Silvia: nascita di un carisma

© Archivio Città Nuova
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A sei anni dalla sua morte, un libro di Nino Carella ricostruisce la giovinezza della fondatrice del Movimento dei Focolari

Il 14 marzo 2008, all’età di 88 anni, moriva Chiara Lubich. Tra le tante voci che si fecero sentire allora per testimoniare la propria vicinanza ai familiari e all’Opera dei Focolari, ci fu quella di papa Benedetto XVI, che in un telegramma di cordoglio ricordava la Lubich per “il suo impegno costante per la comunione nella Chiesa, il dialogo ecumenico e la fratellanza di tutti i popoli”. Mai, prima di oggi, qualcuno aveva esplorato gli anni della sua giovinezza e della sua formazione, le circostanze in cui Chiara, che all’epoca portava ancora il suo nome di battesimo Silvia, fu raggiunta dalla chiamata di Dio. Con il suo Silvia prima di Chiara: la ricerca di una strada nuova (Città Nuova, 2014) l’ha fatto Nino Carella, insegnante e membro della Commissione Ecumenica diocesana, da anni impegnato nella realizzazione del progetto di Trento Ardente del Movimento dei Focolari. In occasione di questo anniversario, noi di Aleteia lo abbiamo raggiunto e intervistato.

Perché ha voluto raccontare la giovinezza di Chiara Lubich?

Carella: Sono veramente tante le persone che ogni anno si recano a Trento per visitare i luoghi di Chiara. Nell’accompagnare questi gruppi mi sono accorto che non riuscivamo a rispondere a tutte le domande, proprio perché non si era costruita quella parte di vita di Chiara, che allora si chiamava Silvia. Per questo mi è sembrato opportuno occuparmene, soprattutto in previsione della causa di beatificazione che sarebbe stata aperta, come poi è avvenuto. Ma al di là di questa esigenza prativa, si agitavano dentro di me domande più significative: come fa uno a scegliere quelle persone speciali a cui affidare un carisma o una spiritualità? Inoltre, come aveva fatto una persona come la Lubich a preparare il suo terreno? Nella convinzione che le radici di ogni essere umano sono sempre sula terra, e non c’è storia se si prescinde dai luoghi e della persona fisica che la costruisce, era fondamentale per me conoscere la vita della fondatrice, l’ambiente in cui era nata e cresciuta. Questo è il lavoro che ho svolto, e ha prodotto risultati sorprendenti: era un terreno non ancora dissodato, per questo sono emersi tanti elementi che non si conoscevano ancora della persona.

E chi era Chiara, quando era Silvia?

Carella: E’ stato sorprendente scoprirla. Silvia era una ragazza credente del primo ‘900, che non presenta elementi straordinari a prima vista. Se uno ne osserva il percorso, è quello di una giovane cattolica di quel tempo, con i sacramenti che ha dovuto prendere. Però, ad un certo punto, passa nell’Azione Cattolica perché sente che Dio la chiama alla santità. Può darsi che nella vita di tanti credenti avvenga questo: ma lei questa chiamata la prende sul serio, nasce in lei un profondo desiderio di conoscere le verità, di conoscere Dio. Dunque, si affida totalmente a Lui. Allora su questa base Dio – io posso immaginare – può averle svelato i segni che aveva su di lei. C’è un episodio importante: Chiara finisce la scuola magistrale, ha 18anni, e pensa di andare all’Università Cattolica, dove potrà conoscere di più e meglio Dio. Eppure non riesce ad iscriversi, perché resta fuori dalle gratuità che erano previste: infatti lei era povera, e quindi le era indispensabile, per lasciare Trento e andare a Milano, trovare vitto e alloggio. Quando questo non succede, per lei è un dolore inconsolabile: la mamma cerca di consolarla, ma poi nel suo cuore si fa sentire una voce che le dice: “sarò io il tuo Maestro!”. Lei a questo punto decide di affidarsi completamente a Dio. Chiara continua tranquillamente la sua vita in questo modo, per 4-5 anni, fino al 1942-43, fino a quando non arriva la folgorazione – lei la chiama “la folgore” – il momento in cui Dio si fa conoscere. Contrariamente alle esperienze che si facevano a quel tempo – quando l’idea dominante era ancora quella di un Dio giudice e severo – lei scopre che la Parola di Dio è amore. Da quel momento comincia a formarsi la spiritualità dei Focolari.

Quali sono i tratti di questa spiritualità, che ancora oggi a sei anni dalla sua morte sono ben vivi?

Carella: Innanzitutto questo vivere il Vangelo “sine glossa”, prenderlo e viverlo alla lettera, profondamente e totalmente. Questo l’aveva imparato da San Francesco, perché dopo un periodo di formazione molto intenso nell’Azione Cattolica, lei – per fare un atto d’amore verso un Padre Cappuccino – s’iscrive al Terzo Ordine Francescano. Lì cambia il nome, perché c’era quest’abitudine di cambiare nome ispirandosi ad un santo. Prende allora il nome di Chiara d’Assisi, che quando va da Francesco, il quale le chiede: “perché sei venuta qua, che cosa vuoi?”, non risponde “per farmi suora, per fare questo o quest’altro”, ma risponde “Dio!”. Per cui lei prende come modello Dio. Ha a mente il Vangelo preso alla lettera, ma letto nella prospettiva dell’amore reciproco, per cui scopre l’insegnamento di Gesù – quest’unità in cui tutti sono uno – e lì capisce, insieme alle sue compagne, che sono nate per vivere quella pagina del Vangelo. Questo credo sia uno dei desideri, delle ambizioni del nostro tempo, quest’unità mondiale che tanti perseguono in maniera negativa, economica, di potere: per lei invece è l’idea di una famiglia universale. Questo non vuol dire coartare le individualità, ma esaltarle nel senso di realizzarle in armonia con tutti gli altri uomini di questa terra, indipendentemente dal percorso di vita che questi stanno facendo, se sono credenti cristiani, o di altri fedi, o non avendo una credenza religiosa, ricchi e poveri, grandi e piccoli, con tutte le diversità possibili di questa terra.

Il pontificato di papa Francesco incarna tratti di questa spiritualità?

Carella: Certamente a vedere il suo pontificato io, anche come focolarino, mi ci sento in grande sintonia. Soprattutto in questo essere uno accanto agli altri, fratello insieme agli altri fratelli, immaginare il suo pontificato come servizio al popolo di Dio e all’umanità intera. Questo è chiaro e molto evidente. Chiara l’abbiamo sempre sentita come una sorella, come una mamma. In questo senso, quando uno la osserva bene, la vita di Chiara somiglia molto alla storia della Madonna, nelle tappe che lei tocca, naturalmente attualizzata al tempo di oggi. Se uno va a leggere il Magnificat, magari si può vedere nella storia di Chiara e del Movimento qualcosa che si va realizzando a livello mondiale, come un aiuto in questo disegno che Dio ha sull’umanità intera.

Perché tanti in tutto il mondo seguono la sua via?

Carella: Perché questo percorso di vita è accessibile a tutti, perché si può percorre insieme a tanti, proprio per questa relazione d’amore che stabilisce fra tutti, nel rispetto di tutti i percorsi, anche di chi non crede. L’importante è che ci sia questa amicizia, questa stima reciproca, e questo desiderio autentico di costruire il bene insieme.

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