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Profumati la testa

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Vinonuovo.it - pubblicato il 14/03/14

Attraverso il digiuno possiamo renderci conto che la vita ci è donata. E possiamo persino viverlo come una festa come il Vangelo ci invita a fare

di Chiara Bertoglio

Una vetrina della libreria davanti a cui passo spesso è dedicata, in pianta stabile, a temi alimentari. Ci sono i libri di cucina, quasi tutti con il volto sorridente di qualche chef televisivo o dei conduttori dei programmi culinari, e c’è un ampio assortimento di libri su diete di tutti i tipi – alcune delle quali piuttosto spaventose.

La nostra società ha un rapporto molto conflittuale con il cibo: spesso se ne è persa la dimensione conviviale, e l’idea che una buona pietanza sia una pietanza fatta con amore, per far piacere ai commensali con cui si ha un rapporto di affetto. Spesso mangiamo da soli, o con gli occhi puntati sullo schermo del nostro smartphone. E tante persone manifestano, come punte di un iceberg, quello che la società stessa vive: il rifiuto della vita, tramite il rifiuto del cibo; una malattia dell’anima, l’anoressia, che tradisce il desiderio di controllare ogni cosa e di non dipendere da nessuno.
In tutto ciò, paradossalmente, la parola "digiuno" sembra terribilmente anacronistica. Certamente, lo è il pensare al digiuno come all’assolvere un obbligo, al timbrare un cartellino, al "mettersi a posto la coscienza" facendo tutto ciò che bisogna fare.

Ma non è di questo che abbiamo bisogno. Il digiuno che la quaresima ci richiama è più che altro un invito a scoprirci liberi. A renderci conto che non abbiamo il controllo della nostra vita, e che siamo in relazione con qualcuno. E che questo qualcuno si preoccupa di noi, e ci dona il cibo quotidiano caricandolo del significato che vi mette una buona mamma quando prepara la cena per la sua famiglia: "Non mi basta tenerti in vita, o farti sopravvivere: ti voglio donare qualcosa di buono perché tu sappia che ti voglio bene".

Attraverso il digiuno, allora, possiamo renderci conto che la vita ci è donata; possiamo renderci conto che la nostra felicità non dipende da ciò che abbiamo, o dalle consuetudini che apparentemente ci danno sicurezza ma in realtà ci imprigionano (penso a forme "alternative" ma non meno importanti di digiuno, come quella dalla TV o dai social network…).

E per questo possiamo "profumarci la testa", cioè fare festa, farci belli e renderci piacevoli per chi ci incontra, come il Vangelo ci invita a fare. Il nostro scoprirci liberi ci rende felici; il nostro scoprirci amati e perdonati ci rende belli; la gioia di essere in relazione con il Padre e con chi incontriamo ci rende pronti all’incontro e desiderosi di novità, di bellezza, di pace.

Qui l’originale

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