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Che Dio ti benedica, Francesco

© OSSERVATORE ROMANO/AFP PHOTO / HO

This handout picture released by the Vatican press office on March 28, 2013 shows Pope Francis (R) kissing the feet of a young offender after washing them during a mass at the church of the Casal del Marmo youth prison on the outskirts of Rome as part of Holy Thursday. Pope Francis washed the feet of 12 young offenders including two girls at a Rome prison on Thursday in an unprecedented version of an ancient Easter ritual seen as part of an effort by the new pope to bring the Catholic Church closer to the needy.  RESTRICTED TO EDITORIAL USE - MANDATORY CREDIT "AFP PHOTO / OSSERVATORE ROMANO" - NO MARKETING NO ADVERTISING CAMPAIGNS - DISTRIBUTED AS A SERVICE TO CLIENTS

Vinonuovo.it - pubblicato il 13/03/14

Un tentativo di vivere l'anniversario dell'elezione del Papa andando oltre la sbornia di parole e il culto della personalità

di Giorgio Bernardelli

Siamo un po’ tutti ammalati di anniversarite: è una sorta di nuova liturgia, ogni data del calendario diventa l’occasione per commemorare e fare bilanci. E non poteva certo sfuggire alla regola il 13 marzo, il giorno in cui esattamente dodici mesi fa Jorge Mario Bergoglio diventava Papa Francesco.

Oggi non si può parlare d’altro. Eppure avvertiamo bene anche i limiti di questa abitudine: il rischio di caricare di riflessioni ridondanti un magistero che in realtà si fonda su poche parole semplici; il rischio di fare tanta accademia sui poveri e sulle periferie; il rischio della sbornia delle immagini che si fermano all’album dei ricordi; il rischio di alimentare quel culto della personalità che non ha nulla a che fare con l’affetto vero per il Papa.

Come provare – allora – ad andare oltre, cercando anche per le ricorrenze uno stile che incarni l’essenza di questo Pontificato? Butto lì un’idea: perché non ritornare davvero a quel 13 marzo 2013 attraverso il gesto che lui stesso ha chiesto al popolo di Dio nelle sue prime parole da Papa? Ve lo ricordate, vero, quel gesto plateale in piazza San Pietro?
«E adesso vorrei dare la benedizione, ma prima – prima, vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo, vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica: la preghiera del popolo, chiedendo la benedizione per il suo vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me».

Sì, che Dio ti benedica, Francesco.

Ma non nel senso dell’uomo della Provvidenza, del paladino che arriva e poi mette a posto le cose. 

Che Dio ti benedica perché questo è il modo in cui noi cristiani guardiamo sempre al mistero della Chiesa.

Che Dio ti benedica perché impariamo un po’ tutti a benedirci di più a vicenda, anziché pensare di bastare sempre da soli (compreso quando chiediamo aiuto a Dio).

Che Dio ti benedica perché ci hai raccontato che quando il vescovo prega fa come Abramo che intercede per il suo popolo, trattando sul numero dei giusti a Sodoma, per spuntare la salvezza della città. E abbiamo capito che questo è il modo più bello di pregare.

Che Dio ti benedica perché tante volte in questi mesi ci hai ripetuto che anche il Papa è un peccatore che ha bisogno della misericordia del Padre. E probabilmente proprio questa è stata la tua parola che ci ha dato più speranza.

Che Dio ti benedica e ti permetta di aiutarci a guardare molto più in avanti che indietro, molto più fuori dal recinto sicuro delle nostre comunità che dentro, molto più in profondità dentro il nostro cuore che nella superficialità dei nostri ragionamenti.

Che Dio ti benedica, perché è Lui l’unico Signore della storia. Compresa quella della Chiesa.

Qui l’originale

Tags:
papa francesco
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