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Von Balthasar: l’uomo tra speranza e impossibile possibilità dell’inferno

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Un libro di padre Alessandro Maria Minutella fa chiarezza sugli equivoci che affliggono il pensiero escatologico del teologo elvetico

Il libero arbitrio. La speranza della salvezza. L’inferno. La fine che ci attende. Sono questi alcuni dei territori vastissimi coperti dalle mappe dell’escatologia, una delle aree della teologia più affascinanti e profonde. Tra i grandi teologi del nostro tempo sono stati pochi coloro in grado di produrre un pensiero escatologico approfondito e sistematico come quello di Hans Urs von Balthasar. Tuttavia, alcune sue formule sono state spesso male presentate, finendo per essere oggetto di cattive interpretazioni che hanno generato dubbi e perplessità. Una tesi balthasariana, tra tutte le altre, ha subito questo destino, e cioè la sua formula della “speranza per tutti”, che spesso ha fatto pensare che il teologo elvetico scardinasse dall’impianto dottrinale cattolico l’idea dell’inferno. L’ultimo libro di padre Alessandro Maria Minutella, presbitero della Chiesa di Palermo e Dottore in Teologia Sistematica, L’Escatologia Cristologico-Trinitaria di Hans Urs Von Balthasar (Marcianum Press), “risistema le cose”, in senso letterale, in quanto offre il tentativo più sistematico di riflessione sui temi dell’escatologia balthasariana. Noi di Aleteia abbiamo sentito l’autore.

Padre Minutella, la formula di Von Balthasar “c’è speranza per la salvezza di tutti” implica che tutti si salvano?

Minutella: Vorrei subito chiarire che questa domanda non è centrale nell’escatologia balthasariana; è la versione giornalistica che ne ha fatto la questione centrale. Tra l’altro lo stesso Von Balthasar ha sofferto molto per questo tipo di attenzione. La questione può essere compresa solo come un tassello dentro ad un mosaico, che alla fine risulta un mosaico di natura trinitaria, cristocentrica, dove c’è tutta la lettura della storia della salvezza legata all’avvenimento di Cristo. Cristo che si incarna entra nella storia dell’uomo, assume il dramma dell’uomo, ne fa un “teodramma” e lo orienta decisamente verso Dio. C’è quindi un “sì” di Dio che in quanto tale è infinito, non è creaturale, è un “sì” che ha un carattere infinito, e dentro questo “sì” Balthasar passa successivamente a riflettere sul tema del possibile “no” dell’uomo, che in quanto creaturale è finito e non può competere con il “sì” di Dio. E Balthasar usa una categoria molto bella, il “subabbraccio”, in tedesco Unterfassung – la traduzione italiana non è bellissima, ma non c’è altro modo per renderlo – cioè da sotto, da dove l’uomo si è cacciato a causa del peccato, in Cristo Dio lo raggiunge per redimerlo e ricondurlo a salvezza.

Alla fine quello che conta per Von Balthasar è preservare il concetto di libero arbitrio?

Minutella: Certamente il tema della libertà divina da un lato, e poi della libertà creaturale dall’altro lato, e poi del rapporto tra queste due libertà, accompagna trasversalmente tutta l’escatologia balthasariana. Questo mi sembra importante da sottolineare. A proposito della domanda che mi ha posto prima, bisogna anche dire che è fondamentale l’esperienza sottostante della mistica Adrienne Von Speyer, con la quale Balthasar ha collaborato per circa quarant’anni. Lei era una mistica che viveva l’esperienza del “sabato santo”, cioè dell’assenza di Dio in favore del recupero della presenza di Dio nei peccatori, nei lontani: è Cristo che attraversa l’esperienza della lontananza da Dio per ricondurre l’umanità a Dio. In questo senso si capisce quello che Balthasar vuole dire a proposito dello “sperare per tutti”, che è qualcosa di diverso, e qui siamo a un passaggio decisivo, ben diverso dal dire che l’inferno è vuoto. Balthasar non ha mai detto una cosa del genere.

E quindi che cos’è l’inferno?

Minutella: Guardi, tutto sommato l’operazione teologica molto elegante che Von Balthasar vuole realizzare è quella di riagganciare la questione anche di una possibile dannazione creaturale sempre all’avvenimento centrale, che è Cristo. Se dobbiamo dare per certa la possibilità che ci sia chi dice di “no” al “sì” di Dio, è chiaro che questo “no” deve esibirsi come, dice Balthasar, una “possibile impossibilità”. Il “no” dell’uomo deve riuscire a sovrastare il “sì” di Dio. Questo, lei capisce molto bene, pone delle considerazioni molto profonde. Alla luce di questo, Balthasar parla di un dürfen, cioè di un consentire alla speranza, come ragionevole postulato di un’escatologia in funzione cristologica. E allora, sinteticamente, potremmo dire che i tre enunciati che Balthasar propone sono questi: primo, a partire dall’avvenimento di Cristo che subabbraccia l’umanità peccatrice per ricondurla al Padre, dobbiamo sperare per tutti; secondo, questo è biblicamente fondato, dal momento che nella Sacra Scrittura leggiamo che “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi”; terzo, naturalmente questo non conduce ad una sorta di escatologia nebulosa, ad una sorta di happy ending come da qualche parte si pensa, perché dice lui, dobbiamo dare, anche se in termini ipotetici, la possibilità che non tutti vogliano lasciarsi raggiungere da questa salvezza. Ma allora la resistenza a questo “subabbraccio” appare non come qualcosa di semplice, ma come qualcosa di per se stesso già drammatico, che pone appunto la possibilità dell’inferno.

Ma l’inferno dobbiamo pensarlo come un luogo?

Minutella: No. La questione dell’inferno come luogo è già stata abbondantemente superata da molto tempo. L’inferno è prima di tutto una condizione. Lei ricorderà le pagine di Un curato di campagna di Georges Bernanos, dove il curato parla dell’inferno “dentro”. Bisogna dire che la questione del luogo non è rilevante. È piuttosto rilevante la questione della libertà che l’uomo pone dinanzi a Dio che si rivela, è a partire da questo che si può percepire cosa sia l’inferno. D’altra parte, questo non lo dice Balthasar ma mi permetto di aggiungerlo io con un certo stile creativo, se noi leggiamo certe ideologie sorte nel corso del tempo, che hanno avuto come uno dei presupposti la negazione di Dio, abbiamo visto cosa hanno creato nel mondo. Pensi all’utopia marxista, che faceva anelare ad un suo paradiso, e a quello che ne è venuto fuori. Quindi l’inferno è più un’esperienza che nasce da questa radicale “opposizione”, che direi anche faticosa, per certi versi impossibile: ma il fatto che Dio abbia lasciato l’uomo libero produce questa possibile impossibilità che l’uomo si opponga al “sì” di Dio, al progetto salvifico di Dio Trinità.

L’uomo di oggi continua ad avere un’idea michelangiolesca, e dantesca, dell’inferno. Invece, dobbiamo interiorizzarla?

Minutella: Esatto. C’è certamente tutta una tradizione mistica, penso a Teresa D’Avila, a Faustina Kowalska e ad altri mistici che nel corso dei secoli hanno avuto delle esperienze visive, o addirittura auditive, o percettive dell’inferno. Se lei vuole, anche ai tre pastorelli di Fatima nell’apparizione la Vergine Maria – e Balthasar ne parla – fa vedere l’inferno, e suor Lucia parla di dannazione, di fuoco, di ombre, di buio. Quindi c’è anche un recupero nel corso del tempo di questa percezione dantesca. Però voglio dirle questo, dopo Auschwitz, dopo la crisi umana che ne è seguita, dopo il crollo delle ideologie per cui l’uomo s’era entusiasmato, il comunismo ma anche in Occidente quel capitalismo selvaggio che è crollato su se stesso, con la crisi ambientale, umana ed etica, possiamo certamente spostare la questione dell’inferno a qualcosa di interiore, alla percezione di Dio dentro.

Tempo fa lessi su un quotidiano che la Chiesa aveva scartato l’idea del Purgatorio, come fosse un’idea medievale. È così?

Minutella: Quest’idea sarebbe un’imprecisione imperdonabile. Si discute certamente se possiamo definire il Purgatorio un dogma in quanto tale. Tuttavia da sempre la Chiesa ne ha ribadito l’esistenza, lo fa anche il Catechismo della Chiesa cattolica. Si possono solo discutere le modalità con cui interpretare questa purificazione. Balthasar a tal riguardo lo collega al tema del giudizio particolare, che è quello proprio dell’escatologia intermedia cattolica, perché nel mondo della Riforma non esiste un’escatologia intermedia, piuttosto c’è un’esistenza dell’anima separata dal corpo prima del Giudizio Universale. Ma nella tradizione cattolica, ribadita dal Catechismo, noi sappiamo che subito dopo la morte personale l’anima si presenta al cospetto di Cristo, di fronte ad uno sguardo che non vuole essere di condanna, ma di accoglienza. Allora le nostre opposizioni esistenziali produrranno in noi un senso di ferita, uno sguardo che ci ferirà, in questo senso potrebbe essere interpretato il Purgatorio, come un’esperienza di purificazione dello sguardo di Cristo che metterà a nudo le nostre resistenze alla sua proposta d’amore. Però, mi permetta di condurla per mano verso l’orizzonte più bello, quello relativo alla destinazione ultima dell’uomo.

Anche nel caso del Paradiso sopravvive tra le persone un’idea dantesca della visione di Dio, resa percettibile da quella poesia grandiosa?

Minutella: Sicuramente. Infatti la teologia fa molta fatica. Io credo di essere stato il primo ad aver sviluppato una visione sistematica di quello che Balthasar ha detto di tutti questi temi. A proposito del Paradiso, della beatitudine eterna, Balthasar propone delle considerazioni straordinarie quando osserva che nel corso del tempo la teologia cattolica ha sviluppato una categoria per definire il Paradiso, che è quella di “visio Dei”, della visione di Dio. Allora Balthasar, che è stato sempre sensibile alla letteratura mistica, propone anche richiamandosi alla tradizione bizantina ortodossa, di spostarsi verso un’idea un po’ più coinvolgente: afferma infatti che quella della visio Dei è una categoria neoplatonica, e dunque piuttosto statica. Invece, sostiene lui, bisogna pensare ad una categoria dove la partecipazione della creatura è più forte, che per questo bisogna pensare a quella di unio Dei, cioè dell’unione di Dio; a tal riguardo dice che i beati entreranno nei processi intratrinitari, dei quali lui parla nella parte introduttiva dell’escatologia, quando parla delle relazioni trinitarie. Allora il Paradiso, l’esperienza eterna del cielo sarà entrare in questa corsa dove le tre persone divine, loro per prime, si stupiscono l’una dell’altra, si stupiscono in modo divino, e noi prenderemo parte a questa estasi, a questa sorpresa, a questo stupore, come creature.

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